La nostalgia e' il modo in cui la mente riscrive il passato per renderlo migliore di quanto fosse. Stefano la chiama una trappola perche' opera in modo subdolo: non ti dice "torna indietro", ti dice "era meglio prima" — e questa convinzione ti impedisce di investire nel presente. Se fosse stato davvero perfetto, non te ne saresti mai andato. Il passato che rimpianti non e' il passato reale, e' una versione editata dal tuo cervello.
Cosa dice Stefano su la nostalgia come trappola
Dalla Lettera 01 — Ci risiamo
Non e' pensato per te, in realta' non e' pensato per nessuno. Scrivo questo genere di cose da anni, in posti dove nessuno mi conosce, a tavoli dove nessuno si siede con me, in citta' che cambio prima di poterle chiamare casa.
Ma oggi e' diverso, oggi non chiudero' questi pensieri nel mio cassetto.
Dalla Lettera 02 — Scegliere chi essere
Se non sei guidato dalla tua visione del futuro, resti aggrappato alle emozioni del passato. E la tua personalita', invece di portarti avanti, ti trascina indietro. Dove sei gia' stato. Dove non vuoi tornare ma dove lei si sente al sicuro, a casa, in un posto noto.
La settimana scorsa ti ho raccontato di inizi. Di onde viste, prese e lasciate prima che arrivassero a riva. Del problema che non e' mai fuori.
Dalla Lettera 03 — Il prezzo che nessuno vuole pagare
E ogni volta che sceglierai quella strada, ti sveglierai sei mesi dopo nello stesso posto di prima. Con la stessa fame. Con la stessa distanza da quello che vuoi diventare.
Ma non è stata la crescita a cambiarmi. È stata la consapevolezza di una cosa che non avevo mai visto prima.
Dalla Lettera 04 — Settimana 4 di 54 — La felicità è un'abitudine
Sessantamila pensieri al giorno. E la maggior parte sono gli stessi del giorno prima.
Il giorno dopo l'exit con NoLimits-Ad ho lavorato tutto il giorno. Perché fino a prima era riscaldamento. Ma anche dopo, il vuoto era lì. Diverso, ma lì.
Dalla Lettera 05 — Settimana 5 di 54 — Il vero cancro
Una notte, in un hotel di una città di cui non ricordo il nome, ho scritto sul quaderno una frase, in una sola riga.
Ho passato tutta la vita a voler essere qualcuno agli occhi degli altri.
Dalla Lettera 06 — Settimana 6 di 54 — La mente scimmia
Ho aperto il telefono prima ancora di mettere i piedi a terra.
Io la chiamo, da quando ho memoria, irrequietezza.
Dalla Lettera 07 — Settimana 7 di 54 — L'arte di definire i propri confini
Una sera in un hotel, non ricordo nemmeno la città, e questo dice già qualcosa, mi sono accorto di una cosa banale: stavo vivendo una vita che da fuori sembrava enorme e da dentro era generica.
Ho passato mesi a cercarla. Quella che ti riassesta. Quella che vale più di mille libri.
Dalla Lettera 08 — Settimana 8 di 54 — Quelli che non scendono dalla montagna
Ho passato tutta la vita a inseguire una versione successiva di me. La seconda azienda. Il prossimo paese. L'idea nuova. La sera in cui tutto avrà finalmente senso.
Se la risposta è non mi ricordo, siamo nella stessa colonna.
Dalla Lettera 09 — Settimana 9 di 54 — La musica che teniamo dentro
E quando finalmente arriviamo al punto in cui capiamo cosa volevamo davvero essere, scopriamo che abbiamo passato vent'anni a costruirci dentro un sacco di mostri che ora dobbiamo abbattere prima di poter cominciare.
▎ Richard Williams aveva scritto un piano di settantotto pagine per la vita delle sue figlie prima che nascessero.
Dalla Lettera 10 — Settimana 10 di 54 — L'uomo sul tetto
Sono arrivato da San Paolo qualche giorno fa — e prima ancora dalle montagne dell'India. Ti ho scritto la settimana scorsa di una musica dentro che non si suona (rileggila, se non te la ricordi), e una cosa che so su me stesso è: la mia musica si suona in movimento. Il movimento è il modo. Fermarmi vuol dire smettere.
Arriva prima di tutti gli altri. Sempre. Alle sette è già sul tetto — il tetto di un palazzo che ancora non esiste, ferri scoperti che escono dal cemento, assi di legno, nessuna protezione, come se fosse immortale.
Dalla Lettera 11 — Settimana 11 di 54 — Il semaforo
Ieri, mentre andavo in un negozietto a comprare il mate, ho attraversato la strada col rosso senza pensarci.
Strada vuota, semaforo rosso, e sono passato.
Dalla Lettera 12 — Settimana 12 di 54 — La testa sul cuscino
E qui di solito c'è un solo finale. Apri Instagram e scrolli un'ora, finché non ti addormenti peggio di prima.
E qui ti devo essere onesto, sennò divento pure io uno di quei video. Non è che io mi svegli ogni mattina e sia un campione. Ci sono notti in cui il Kindle non lo apro per niente: scrollo come tutti, mi sento una merda, mi addormento tardi e incazzato. La disciplina non è non cadere mai. È tornare. È che la mattina dopo riapri il libro lo stesso.
Dalla Lettera 13 — Settimana 13 di 54 — La punizione
Ma quando ci sono arrivato, la mattina dopo mi sono svegliato, come sempre, prima di tutti, ho aperto il computer in una casa dove non c'era nessuno da svegliare, e ho lavorato. Come un martedì qualunque.
E dopo un po' è successa una cosa strana. I bambini premiati hanno iniziato a disegnare di meno. Quelli a cui non davano niente andavano avanti come prima, per il piacere di farlo. Gli altri no, il premio aveva spento qualcosa. Avevano smesso di disegnare per amore, e disegnavano solo in relazione al premio.
Dalla Lettera 14 — Settimana 14 di 54 — Sliding Doors
Sul cronometro sì. Ma fermati un attimo. In quei dieci minuti siamo passati per strade che se andavamo dritti non facevamo. Abbiamo visto cose che non avremmo visto. Abbiamo evitato una macchina, un incrocio, forse un guaio. Forse ci siamo salvati da un altro. Anche solo la mia mente: dieci minuti prima ero uno, dieci minuti dopo un altro, con altri pensieri, altre scelte.
Perché quei dieci minuti non ce li ha regalati il destino. Quei dieci minuti li ha scelti mio fratello, e prima di lui io (perché comunque potevo pure metterlo da solo il navigatore eh).
Dalla Lettera 15 — Settimana 15 di 54 — La valigia
Fa così: c'è sempre tempo per tornare indietro. Non c'è mai tempo per andare avanti.
Ti scrivo da Budapest, e per la precisione ti scrivo da dentro una sauna. Sì, sono malato di saune, se ancora non lo sapevi. Ci entro sapendo che ho quindici minuti: o li uso per fare una lista di cose, o per sciogliere una lista di pensieri. E dentro di me mi dico: o risolvo tutto adesso, o resto qui a morire dal caldo.
Dalla Lettera 16 — Settimana 16 di 54 — Il pilota automatico
▎ Ci ho passato l'esistenza a fare queste cose. Vai a cena, conosci persone, chiacchieri, fai festa, sei simpatico, gli resti in mente, ti seguono, ti venerano. E tu sei sempre lì, solo.
Prima ti dico una cosa che c'entra, anche se all'inizio non sembra. In questo periodo mi sto leggendo un libro — di quelli sul corpo, sul sistema nervoso, roba che di solito guardo con sospetto, lo sai come la penso su certa fuffa. Solo che una cosa lì dentro mi ha spaccato in due, e non riesco più a togliermela.
Dalla Lettera 17 — Settimana 17 di 54 — Il lavaggio del cervello
Questa settimana sono stato a Mykonos. Prima ancora Barcellona. Giorni di festa, di quelli che ti distruggono la routine, ti spostano gli orari, ti trascinano via da dove eri arrivato con fatica. Piacevoli, sì. Ma mi hanno buttato di nuovo fuori strada.
E la crescita vera va così: gradualmente, gradualmente, gradualmente. E poi di colpo. Una linea piatta per un tempo lunghissimo, che a un certo punto si impenna. Solo che la linea piatta noi non la reggiamo. Molliamo. E, statistica alla mano, molliamo quasi sempre nel punto più piatto della curva: cioè l'attimo prima che si impenni.
Dalla Lettera 18 — Settimana 18 di 54 — Sei già qualcuno
Mi è passato davanti un video l'altro giorno. Uno di quelli che scrolli e poi torni indietro.
E l'altro lo ferma. Gli dice: "guardami in faccia. Tu sei qualcuno adesso. Lo capisci? Io ero qualcuno molto prima che la gente sapesse chi fossi. E ci credevo. Sei qualcuno adesso."
Dalla Lettera 19 — Settimana 19 di 54 — Uno spettacolo senza pubblico non è uno spettacolo
Il palco basso, il basso che lo senti nello stomaco, e la gente davanti che canta pezzi che conosce a memoria anche se la band la sta sentendo per la prima volta.
La band di ieri sera è scesa e già non ricordo come si chiamava. Non ho comprato niente, non li ho cercati, non ho più sentito quei pezzi. Erano bravi? Boh. Medi, forse.