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Settimana 14 di 54 — Sliding Doors

5 luglio 2026 · 7 min di lettura

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Settimana 14 di 54 — Sliding Doors


Due sere fa ero in macchina con mio fratello, e non me la ricorderei nemmeno, se non fosse per una cosa da niente che è successa e per tutto quello che mi ha fatto pensare dopo.


Mi trovo in una di quelle settimane in cui non respiri.


Sono appena tornato dall'Argentina, e mi sono buttato dentro il lavoro senza nemmeno posare la valigia, due settimane a Caserta col team, a preparare una cosa grossa che parte tra pochi giorni (poi magari te la racconto, non adesso).


Sveglia all'alba, avanti fino a notte fonda, si mangia in ufficio e si ricomincia. "Alta intensità", la chiamano quelli bravi. Io la chiamo che a un certo punto non sai nemmeno più che giorno è.


Quella sera, mentre andavamo a cena fuori.


Ho detto a mio fratello di mettere il ristorante sul navigatore.


A un certo punto guardo la strada e c'è qualcosa che non torna.


"Mario, ma sei sicuro che hai messo il posto giusto?"


Lui abbassa gli occhi sul telefono. "Eh no, cavolo. Ho messo la via giusta ma nel paese sbagliato."


Stessa via, altro paese. Il navigatore ci stava portando tranquillo dall'altra parte, sicurissimo di sé, e noi dietro a fidarci.


Mi lamento un po' (come piace a me) e alla fine, con dieci minuti in più, arriviamo.


Dieci minuti. Non me ne fregava niente, davvero.


Solo che in quei dieci minuti ho cominciato a pensare. (Lo so, lo so. Non riesco a farne a meno. Sta newsletter è anche questo: uno che non sa stare zitto nella propria testa nemmeno per andare a cena.)


Perché quei dieci minuti non erano dieci minuti.


Sul cronometro sì. Ma fermati un attimo. In quei dieci minuti siamo passati per strade che se andavamo dritti non facevamo. Abbiamo visto cose che non avremmo visto. Abbiamo evitato una macchina, un incrocio, forse un guaio. Forse ci siamo salvati da un altro. Anche solo la mia mente: dieci minuti prima ero uno, dieci minuti dopo un altro, con altri pensieri, altre scelte.


Non è filosofia da bar. È che ogni micro-scelta, ogni singolo secondo, ti spedisce dentro una vita e ne cancella un'altra. Solo che le vite che non vivi non le vedi. E allora pensi che non esistano.


C'è quel film, non mi ricordavo nemmeno il titolo, poi mi è tornato: Sliding Doors. C'è una donna che deve prendere il tram. In una versione fa in tempo a salire. Nell'altra le si chiudono le porte in faccia. Basta quello. Un tram preso o perso. E il film ti fa vedere tutte e due le vite in parallelo, e sono due vite completamente diverse. Altre persone, altri amori, altro finale.


(Spoiler, scusa se non l'hai visto. Ma sono passati vent'anni, a un certo punto è anche colpa tua. In una delle due lei muore. Ecco. Ora lo sai. Prego.)


È devastante da guardare, perché ti accorgi che la tua vita è piena di porte del tram così.


Solo che tu di solito ne imbocchi una e via, e quella dietro l'altra porta non la vedi mai.


Fin qui però è la parte comoda. Perché se è tutto un caso: il tram, il navigatore, il destino che gira la ruota, allora io non c'entro niente.


Decide la vita, io mi faccio i miei dieci minuti e pace.


E invece no. E qui si fa scomodo, come sempre.


Perché quei dieci minuti non ce li ha regalati il destino. Quei dieci minuti li ha scelti mio fratello, e prima di lui io (perché comunque potevo pure metterlo da solo il navigatore eh).


Non ha controllato il paese. Ha messo l'indirizzo di fretta, con la testa altrove, sicuro che tanto andava bene. Non l'ha fatto la vita. L'ha fatto lui.


E il primo istinto è stato quello: ma dai, possibile che non controlli.


Poi mi sono zittito. Perché fare le cose di fretta, non controllare, non guardare due volte, non fare quel piccolo pezzo in più che ti toglierebbe il dubbio, andare un po' più deep nelle cose, quella non è roba di mio fratello. Quella è roba mia. È la stessa identica abitudine che ho addosso. L'ho solo vista da fuori, per una sera, dal sedile di fianco.


E qui ti faccio entrare dentro di me. Lo Stefano che scrive di notte, da solo, quando non deve fare bella figura con nessuno.


Un po' di tempo fa, di corsa come al solito, mi ero segnato questa:


▎ Correre più veloce difficilmente ti porta in un posto più lontano, l'unica certezza è che ti fa perdere le bellezze del tuo percorso. È questa la sensazione che più mi logora. Da sempre.


— 10 marzo 2024


L'avevo già capito, nero su bianco. E questa settimana ero a Caserta a tirare fino alle due di notte, di corsa, a saltare pezzi, a fare le cose "che tanto così vanno bene". La stessa strada sbagliata di mio fratello. Solo che la mia non me la segnala nessun navigatore.


E allora arrivo al punto, (e non è quello che ti farà sentire meglio.)


La bugia comoda, quella della società, è che le vite che ci perdiamo ce le toglie il caso. Il tram, la sfortuna, il bivio. Fa comodo, perché la colpa sta fuori.


La verità fastidiosa è che la maggior parte delle vite che non viviamo ce le togliamo da soli. Non con le grandi scelte drammatiche, con quelle piccoline. Perché dietro ogni risultato, si nasconde un comportamento, un'abitudine che ti impedisce di essere chi vuoi.


Con i mille "vabbè, va bene così" detti senza guardare. Con le cose fatte all'ottanta per cento perché tanto chi vuoi che se ne accorga.


Con quel pezzettino in più che non facciamo mai, per abitudine, senza neanche rendercene conto.


Dieci minuti, una volta, non sono niente. Ma un'abitudine non te la fa pagare una volta. Te la fa pagare ogni giorno, per anni, in una moneta che non vedi: le cose che non noti, le persone che non guardi davvero, la versione di te che non diventi perché eri di fretta.


Non è il tempo che perdi. È chi non diventi mentre lo perdi.


Io una soluzione non ce l'ho, nemmeno per me.


Però ho tante domande, da cui si può partire.


Quante delle vite che potevi vivere non le hai perse per sfortuna, ma per un'abitudine che non riesci nemmeno a guardare?


E una cosa, prima di salutarti.


(ti risparmio 5 anni di angoscia e domande con questa cosa)


Le scelte a cui stare davvero attento non sono quelle grandi, quelle su cui ti siedi a ragionare per giorni: su quelle, di solito, un modo lo trovi. Sono le altre a fregarti. Quelle che prendi senza pensarci, di cui non ti accorgi neanche, e che poi si rivelano storte, mai come le volevi. Alzarsi lentamente, mettere più sveglie, alzarsi invece di sedersi. È quello il campanello d'allarme.


E il campanello è più subdolo di quanto sembri.


Perché certe scelte non le prendi per distrazione: le prendi per confermarti chi hai già deciso di essere (o ti hanno fatto credere di essere).


Non è che arrivi sempre in ritardo, sei tu che il ritardo te lo crei, senza accorgertene, pur di confermare che sei uno che arriva in ritardo. Non è che le persone ti lasciano sempre, sei tu che a un certo punto fai la mossa che le allontana, così la storia che ti racconti resta vera.


Non è che non ce la fai mai fino in fondo, sei tu che molli un attimo prima, per non doverti accorgere che forse ce la facevi, perché se poi ce la fai davvero, sapresti reggere il cambiamento?


Mentre quando riesci ad essere coerente con quelle cose che in realtà vuoi cambiare: ahhh lì ti senti familiare a te stesso e pensi "oh questo sì che è giusto, ora sono proprio me!".


E qui la vita ci fotte.


Si chiama identità, ce l'hanno cucita addosso.


E no, non sono soltanto io il malato che si fa questi pensieri di notte in macchina. Quel campanello ce l'abbiamo tutti. La maggior parte ha solo smesso di sentirlo suonare.


Un giorno ti spiego per bene tutto quello che ho imparato dietro questa frase così semplice sull'identità. Ma è un'altra lettera, un'altra volta.


Cinquantaquattro tentativi per essere migliore.


Questo è il quattordicesimo.


Un saluto, Stefano.


Ah, io davvero le penso queste cose. Non le costruisco per la lettera, proprio ci penso in quel momento, e credimi, fa molto più male di quello che sembra.


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