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Settimana 18 di 54 — Sei già qualcuno

5 agosto 2026 · 6 min di lettura

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Settimana 18 di 54 — Sei già qualcuno


Mi è passato davanti un video l'altro giorno. Uno di quelli che scrolli e poi torni indietro.


C'è un ragazzo, giovane, seduto davanti a un tale che di mestiere fa il guru dell'imprenditoria. E il ragazzo, con gli occhi che gli brillano, dice: "lo so che un giorno sarò qualcuno."


E l'altro lo ferma. Gli dice: "guardami in faccia. Tu sei qualcuno adesso. Lo capisci? Io ero qualcuno molto prima che la gente sapesse chi fossi. E ci credevo. Sei qualcuno adesso."


Fine. Venti secondi. L'ho riguardato quattro volte.


Non per il guru, che di solito è roba che salto. Ma per il ragazzo. Perché quel ragazzo lì sono io. Quel "un giorno sarò qualcuno" è la frase che mi gira in testa da vent'anni, solo che non l'ho mai detta ad alta voce così, con quella faccia lì.


Un giorno. Quando avrò fatto quella cosa. Quando sarò arrivato là. Quando avrò di più, saprò di più, sarò diventato quell'altro Stefano, quello vero, quello finito.


E intanto questo qui — quello che ti scrive adesso, quello che è vivo oggi, in questo preciso momento — non conta. È solo una bozza. Un cantiere. Uno che vale in acconto, sulla promessa di quello che diventerà.


E qui ti dico una cosa che mi fa quasi paura ad ammetterla.


Io ho passato la vita a volermi migliorare. Crescere, evolvere, cambiare, avere di più, diventare. Le ultime lettere che ti ho scritto parlano solo di questo: cambiare chi porta la valigia, riscriversi il cervello, decidere di diventare un altro. Ci credo ancora, eh. Non ritiro niente.


Ma c'è un prezzo che non ti avevo detto. Ed è questo: la voglia di diventare qualcuno mi ha fatto dimenticare che lo sono già.


Non "sarò". Sono. Adesso. Anche se non ho ancora fatto la cosa. Anche se c'è uno più avanti di me. Anche solo per il fatto stupido, enorme, di esistere.


E la cosa assurda è che questa roba l'avevo capita. Davvero. Te lo dimostro con una cosa che ho scritto una notte a Bali, tre anni fa:


▎ Settimana scorsa avevo trovato l'illuminazione. Sono andato in quella fase del mio "io" che non avevo mai sentito prima. Mi sembrava tutto chiaro, non mi paragono più a nessuno, so esattamente dove sto andando e ciò che voglio davvero vivere.


— 18 luglio 2023, Bali


Bello, vero? "Non mi paragono più a nessuno." L'avevo toccato. Ero arrivato in quel posto lì, dove stai bene di essere te, punto, senza doverti misurare con nessuno.


È durato una settimana.


Perché due righe dopo, nello stesso identico foglio, avevo aggiunto: "come se fossi tornato ancora una volta lo Stefano di sempre." Sette giorni ed ero di nuovo qui, a correre, a contare, a guardare chi era più avanti.


Ecco. Questa è la 54, mica un corso di quelli che ti risolvono la vita. Io non ti sto scrivendo dalla cima della montagna con la soluzione in mano. Ti scrivo da uno che la pace se l'è pure assaggiata, e se l'è fatta scappare. Più volte.


E lo so cosa mi ruba ogni volta la cosa che avevo capito. Il paragone. Il confronto. Quel misurarsi con gli altri che ti mangia — te ne ho già parlato una volta, e non voglio rifartelo, perché la lezione "non ti paragonare" la sanno tutti e non la applica nessuno, me compreso.


Ma stavolta l'ho vista da un'angolazione diversa, e per questo te la scrivo.


Il confronto non è pericoloso solo perché ti fa sentire indietro. È pericoloso perché ti fa dimenticare che ci sei. Che esisti già. Nel secondo esatto in cui ti giri a guardare quello più avanti, sparisci a te stesso. Non ci sei più tu, adesso, vivo: c'è solo la distanza da colmare. E quella distanza non finisce mai, perché uno più avanti ci sarà sempre.


Ti faccio vedere lo Stefano che scrive di notte, quando non deve convincere nessuno di essere zen. Un anno fa, di preciso:


▎ Sono geloso di chi trova la sua strada. Sono geloso di chi vive di certezze. Sono geloso di chi è sicuro che quella scelta sarà quella giusta per lui.


— 3 giugno 2024


Tre volte "sono geloso". Io. Quello che adesso ti sta spiegando che sei già qualcuno, che non ti devi paragonare. Tre volte, nero su bianco, l'invidia per chi una strada ce l'ha. Non sono guarito da niente. Te lo scrivo mentre lo sto ancora facendo.


Eppure. Eppure ci sono stati dei momenti — rari, veri — in cui non è successo. In cui sono stato semplicemente lì, e bastava.


Una sera ad Amsterdam, due estati fa. Ero a cena da solo, sul tetto di un albergo. Avevo appena chiuso una cosa di lavoro, di quelle che uno dovrebbe festeggiare. E invece la cosa che mi sono segnato non era il lavoro. Era questa: "maturare vuol dire stare bene con sé stessi oggi. Siamo qui, oggi, vivi." Non domani. Oggi.


E un'altra volta, sempre a Bali, avevo scritto una frase che è forse la cosa più vera che io abbia mai messo giù, e che passo a te perché a me continua a sfuggire di mano: il senso di tutto è "sentirti vivo dove sei, non dove vorresti essere."


Quel ragazzo del video, con gli occhi che brillavano, aspettava il permesso di essere qualcuno. E un tale gliel'ha dato, in venti secondi: sei qualcuno adesso.


La verità scomoda è che quel permesso non te lo può dare nessuno. Non un guru, non un risultato, non il giorno in cui sarai arrivato. Perché quel giorno non arriva mai: sposti l'asticella e ricominci. L'unico che te lo può dare quel permesso sei tu. E devi dartelo adesso, così come sei, in mezzo alle cose non finite, con uno sempre più avanti. Non dopo. Adesso.


Io non ci riesco quasi mai, se devo essere onesto fino in fondo. Lo dimentico ogni santo giorno. Ma almeno, ogni tanto, me lo ricordo per una settimana. E forse il lavoro di una vita non è imparare a tenerlo per sempre. È solo accorgersene un po' più spesso.


Non ho una soluzione, lo sai. Ho una domanda, e stavolta è più semplice del solito: mentre corri a diventare quello che sarai, ti sei accorto di quello che sei già adesso? O anche tu, come me, stai aspettando il permesso di qualcuno per esistere?


Cinquantaquattro tentativi per essere migliore.


Questo è il diciottesimo.


Un saluto, Stefano.


Guardati in faccia un secondo, prima di ripartire di corsa. Sei già qualcuno. Non domani. Adesso. Prova a crederci più a lungo di quanto ci riesca io.


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