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Settimana 6 di 54 — La mente scimmia

9 maggio 2026 · 7 min di lettura

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Settimana 6 di 54 — La mente scimmia



Mi sono svegliato alle 3:42, ero in qualche paese asiatico in quel periodo.



Non c'era niente fuori. Solo il rumore di una macchina lontana. Il frigorifero. La testa che già parlava.



Ho aperto il telefono prima ancora di mettere i piedi a terra.



Niente. Nessun messaggio importante.



Non era per controllare. Era per non stare.




Una mente che salta da un ramo all'altro e mentre salta urla.



I buddhisti la chiamano kapicitta. Mente di scimmia.



Io la chiamo, da quando ho memoria, irrequietezza.



Non si ferma mai.



Hai presente?




Io personalmente negli anni ho provato a farlo tacere in tutti i modi.



L'alcol. Le sostanze. Le notti che non finivano. Le persone che non rivedevo. Il lavoro fino alle quattro del mattino. Le città. I voli. Comprare cose. Smettere di comprare cose. Le diete. La palestra. Gli amori sbagliati. Gli sport. Le idee imprenditoriali nuove ogni quindici giorni.



Funzionava un'ora. Qualche volta due.



Poi tornava più forte. Il rumore è diventato una costante, i tentativi per farlo smettere infiniti, e gli errori iniziavano a pesare.



Perché una cosa è prendere scelte sbagliate a 15 anni, una cosa a 20, e tutt'altra storia a 25.



Ci sono decisioni ed errori che possono pesare per anni.



Ma nella vita esiste sempre una strada, sempre.




E come ogni cosa, il risultato chiave esiste solo nel saper cambiare il proprio punto di vista.



La verità è che personalmente non stavo provando a spegnerlo. Stavo provando a riempirlo. E quello che riempi deve traboccare, prima o poi.




Una sera ho cominciato a chiedermi, scrivendo, di cosa fosse fatto esattamente questo rumore.



E poi le domande vere. Quelle che fanno male.



Perché sto vivendo questa vita?



Perché in questo momento sto ottenendo questi risultati e non altri?



Perché non sto avendo quello che voglio davvero?



Erano le domande che la mente scimmia non vuole che tu ti faccia.



Perché la mente scimmia gioca un solo gioco. Caos. Più rumore produce, meno tu hai tempo di chiederti perché. È il suo trucco perfetto. Ti tiene occupato a soffocarla, così non vai mai a vedere da dove viene.



E da dove viene? Dottrine. Insegnamenti scolastici privi di esperienze di vita. Libri studiati senza viverli. Pattern familiari che forse non avremmo scelto. Voci di altri che abbiamo confuso per nostre.



Questo è il vero gioco della mente scimmia. Tenerti agitato in superficie, così non scendi mai a vedere chi c'è sotto.



Ascoltarla non significa assecondarla. Significa smontarla, pezzo per pezzo. Capire che ogni pensiero ricorrente arriva da qualche parte. Una persona che hai conosciuto. Una ferita che non sapevi di avere. Un'idea che ti hanno consegnato mentre non guardavi.



Un familiare che ti ha convinto ripetendoti sempre la stessa cosa, e tu hai finito per crederci.



Solo capendo l'origine smetti di credere che il rumore sei tu.



E da lì, finalmente, puoi cominciare a lottarla.




E non tutti nascono sapendo già chi sono. Io ancora lo sto scoprendo.



Spesso passo il tempo con quelli che sono super definiti nel loro io, che sanno esattamente come saranno la settimana prossima, cosa avranno tra cinque anni e come sarà la vita tra quindici.



Io ancora cerco di capire se restare in questo hotel domani, o provare un nuovo letto, magari più a sud di quest'isola.



Ma non sto fuggendo. Sto cercando.




Ma poi arriva un giorno in cui smetti di guardare gli altri, smetti di cercare all'esterno, e diventi tu il centro.



In cui capisci che tu sei importante già oggi. Con tutte le tue paranoie, con tutte le tue voci, con i rumori dentro la testa.



Il bello delle cose è la verità che le circonda.



E tu, come me, sei già qualcuno ora.




Alla fine uscire dalla mente scimmia — anche se ogni tanto continua ad urlare, lo ammetto — è una lotta da combattere ogni giorno.



Ciò da cui stavo scappando era esattamente ciò che dovevo abbracciare per poterlo capire.



Me stesso.



Fare i conti con i propri pensieri. Con i propri problemi. E non mollare mai la spina.



Questo è stato il mio punto di vista.




Siamo padroni di una sola cosa: i nostri pensieri.



Non possiamo controllare nient'altro.



Non possiamo controllare se il nostro cuore smettesse di battere in questo momento, o se il tetto dell'hotel in cui sono mi cadesse addosso. Non possiamo controllare la politica, la geografia, la prossima guerra di un leader pieno del proprio io.



Non possiamo controllare nulla, se non il modo in cui pensiamo.



È questa la nostra missione su questo pianeta. Lottare la mente scimmia, una pagina alla volta.



Dobbiamo iniziare a controllare i nostri pensieri. E iniziare a capire che c'è un io molto più profondo, più forte, che vuole emergere.



Qualunque cosa accade, puoi scegliere come leggerla. Puoi scegliere su cosa focalizzarti di quell'evento, e come reagire.



Controllare i propri pensieri equivale a controllare le proprie emozioni.



E vuoi che non inizi davvero ad essere felice ogni giorno, e quella felicità non ti porti a vivere la vita che vuoi vivere?



Nella maggior parte dei casi è proprio quella che stai già vivendo. Tutto ciò che devi fare è iniziare a farti quelle domande, e creare un nuovo punto di vista.




Apro un mio vecchio quaderno, lo faccio spesso. Cinque pagine, di anni diversi, dicono così.



3 agosto 2021 — "Perché c'è questo senso di irrequietezza dentro di me? Perché continuo a cercare qualcosa che nemmeno conosco?"



13 ottobre 2021 — "Viaggi. Più che viaggi direi fughe. Ciò che non capisco è solo da cosa fuggo."



24 ottobre 2021 — "La mia più grande forza è l'indipendenza, ma implica la mia più grande debolezza: lo stare da solo."



15 giugno 2024 — "Vivo irrequieto con la voglia di fare tutto e la capacità di fare di più."



10 agosto 2024 — "Mi sto trovando, mi sto centrando. Sto diventando l'uomo che voglio essere."



Tre anni. Cinque pagine. La domanda all'inizio era una. La risposta alla fine è arrivata da sola.



Tra il terzo punto e il quarto sono passati due anni e mezzo. Anni in cui ho continuato a scrivere senza vedere niente. Poi è successo, di colpo. Funziona così.



Non perché ci pensavo di più. Perché lo scrivevo di più. Lo guardavo di più. Lo riconoscevo di più.



Esaminare al microscopio ogni singolo pezzo di me mi ha dato un attimo di silenzio nella mia mente.



E quel silenzio mi ha aperto a un nuovo mondo.



E i risultati che ho provato a cercare da dieci anni sono arrivati tutti insieme.




Io non so come si smette di sentire quelle urla.



Ma so che è possibile.



Si comincia chiedendosi: perché.



E poi succede una cosa strana.



Una volta che hai cominciato a chiedere il perché, la vita inizia a risponderti.



Con piccole cose.



Ti fa conoscere quella persona, in un bar in cui non saresti dovuto entrare. Ti fa trovare quel libro, su uno scaffale che non guardavi.



Ti fa sentire una frase, in mezzo a una conversazione che non c'entrava niente, e che invece c'entrava tutto.



Una briciola alla volta, ti porta su un asse diverso della tua vita.



Tu non te ne accorgi subito. Te ne accorgi dopo un mese. Dopo tre. Dopo un anno.



Una mattina ti svegli, prendi il caffè, e ti rendi conto che stai pensando in un modo che quattro anni fa non avresti nemmeno saputo nominare.



E lì capisci una cosa che fa quasi paura, di quanto è bella.



Stai cambiando.



Ti stai portando, di forza e di gentilezza insieme, su un livello nuovo. Esattamente quello che la mente scimmia, per anni, ti ha tenuto lontano dal vedere.



Non stai più scappando da quello che sei.



Stai diventando qualcun altro. Chi hai scelto. Non chi ti hanno fatto credere che tu sia.



Più tuo di prima.




Cinquantaquattro tentativi per essere migliore.



Questo è il sesto.



Un saluto, Stefano.



Nel prossimo: l'arte di definire i propri confini.


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