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Settimana 13 di 54 — La punizione

30 giugno 2026 · 5 min di lettura

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Settimana 13 di 54 — La punizione


Ti scrivo il giorno dopo.


Il giorno dopo l'unica cosa che ha funzionato davvero in 8 anni. Un progetto costruito pezzo dopo pezzo, che a un certo punto acquisisce valore e si chiude. Per anni l'ho chiamato 'il traguardo', quella cosa dopo la quale mi sarei finalmente seduto a dire ok, ce l'ho fatta, adesso posso riposare.


Ma quando ci sono arrivato, la mattina dopo mi sono svegliato, come sempre, prima di tutti, ho aperto il computer in una casa dove non c'era nessuno da svegliare, e ho lavorato. Come un martedì qualunque.


(Lo so come suona. "Eccolo, quello che non si gode niente, nemmeno un giorno." Sì. Tienilo a mente, perché su questo concetto ci tornerò a breve.)


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C'è una bugia che ti raccontano da bambino, col sorriso, convinti di proteggerti.


Ti dicono che la disciplina è una punizione. Una pena che sconti adesso per un premio che arriverà dopo. "Stringi i denti che il momento per riposarti arriverà."


Anni fa ho letto di un esperimento che non mi è più uscito dalla testa. Hanno preso dei bambini che adoravano disegnare ore e ore, per il solo gusto di farlo. A un certo punto hanno cominciato a dare un premio a una parte di loro ogni volta che iniziavano a disegnare, un attestato, una medaglia.


E dopo un po' è successa una cosa strana. I bambini premiati hanno iniziato a disegnare di meno. Quelli a cui non davano niente andavano avanti come prima, per il piacere di farlo. Gli altri no, il premio aveva spento qualcosa. Avevano smesso di disegnare per amore, e disegnavano solo in relazione al premio.


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Ci ho messo trent'anni a capire che ero stato anche io vittima dello stesso identico gioco. Mi avevano insegnato a fare tutto per quella maledetta medaglia.


Poi ci sono arrivato. E ho capito, quella famosa mattina al computer aperto, che il premio non esisteva.


È stata la cosa più vicina alla libertà che abbia mai provato.


Perché se il premio non esiste, allora non ha più senso fare le cose per ottenerlo. Resta solo una cosa da amare, la fatica in se. Non il traguardo. Il salire, non l'essere arrivato. È quella la cosa da abbracciare, l'unica che non ti possono spegnere con false promesse.


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Lo so a cosa stai pensando. Che è un modo un po' tragico di vivere o di vedere le cose.


Hai ragione. E te lo dico fino in fondo senza giri di parole, io questa cosa la vedo come una condanna. Perché se mi guardo intorno, vedo quasi tutti vivere in una specie di tranquillità, una bolla talmente grande da non percepirne la fragilità. E mi viene da pensare che invece io non mi godo un giorno da anni. Mai.


E non è nemmeno la parte peggiore. La parte peggiore è il conto che paghi senza accorgertene. Ho lasciato andare persone che amavo, perché restare voleva dire fermarmi, e fermarmi non ho mai saputo farlo. Ho visto gente piangere per me senza riuscire a piangere io — non lo faccio da quando ero ragazzo. Mi sono seduto a cena davanti a una donna, in silenzio, e ho sentito che dentro non c'era niente, come se fossi morto in quel silenzio lì. Questo è il prezzo vero. Non il sonno, non i soldi. Le persone. Te stesso.


L'ho scritto una sera a Dublino, a cena, da solo, dopo aver chiuso un mese incredibile che dieci anni prima avrei pensato impossibile:


▎ Nulla mi basta.


— Dublino, 14 luglio, a un tavolo per una sola persona, io.


Per tanto tempo ho visto questa situazione come un difetto. Qualcosa che non andava dentro di me, qualcosa da correggere.


Poi, a un certo punto, ho smesso di vederla come un problema.


Perché ho capito che tutta questa fatica, questo non fermarmi mai, questo non godermi niente, è esattamente il prezzo per diventare chi voglio davvero essere. Per togliermi dalla testa, uno a uno, tutti i "no" che mi avevano cucito addosso da bambino. Per dimenticare la storia che uno di un paese di mille abitanti deve restare con i piedi per terra, accontentarsi, che certi sogni, purtroppo, devono essere riposti nel famoso cassetto ed essere dimenticati.


Quindi per diventare quello che voglio, devo disimparare tutto questo. E nessuno te lo dice, ma per arrivare dove ti hanno detto che non puoi arrivare, devi essere disposto a soffrire più di chiunque altro.


Perché la chiave non è il talento. Non è la fortuna. È la sofferenza. È la cosa che tutti cercano di evitare, ma è proprio lei ad aprire la porta che stai cercando.


L'ho scritto in una notte qualsiasi, in un hotel di una città qualunque, e oggi lo ribadisco più di allora:


▎ Se domani crolla tutto, tutto si ricostruisce. E questa cosa non mi fa paura.


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Quindi no, non ti sto scrivendo per dirti che ce l'ho fatta e che adesso posso tutto. Ti scrivo dal giorno dopo un traguardo, col solito computer aperto, con più voglia di prima.


E ti lascio con una domanda semplice ma scomoda.


Stai faticando per il premio che ti aspetti alla fine, o hai capito che il premio non arriverà, che è solo fumo negli occhi, e che l'unica cosa da imparare ad amare è la fatica stessa?


Cinquantaquattro tentativi per essere migliore.


Questo è il tredicesimo.


Un saluto, Stefano.


E anche se stamattina avevi voglia di non fare un cazzo, fallo immediatamente, con tutta la forza che serve. Ci provo anch'io.


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