Settimana 15 di 54 — La valigia
C'è una frase che mi giro in testa da anni. Non so nemmeno più dove l'ho presa, forse me la sono inventata io una notte in un aeroporto.
Fa così: c'è sempre tempo per tornare indietro. Non c'è mai tempo per andare avanti.
È diventata il mio modo di prendere le decisioni. Praticamente tutte.
E tradotto in comportamenti nella vita reale è diventato: prendi la valigia e vai.
Tanto, se hai sbagliato, indietro ci torni sempre. In avanti no: quello è l'unico treno che non riparte. O lo prendi nel momento esatto in cui lo pensi, o muore lì, dentro le tue paranoie.
Ed è una legge vera, mica una cosa mia. La racconta Mel Robbins in un suo libro, e detta più o meno così: quando senti l'impulso ad agire verso qualcosa che vuoi davvero, muoviti entro cinque secondi, o l'idea morirà per sempre.
Pensa a quanti baci non hai dato per colpa di quei cinque secondi. A quante frasi, comode o scomode, ti hanno divorato l'anima per settimane solo perché non le hai dette nel momento giusto.
È una legge vera. E se la usi bene, ti rende felice davvero. Basta non superare i cinque secondi, perché dopo quelli arrivano i "e se…", i "ma io…", e lì sei fottuto.
Ma torniamo alla mia valigia.
Ti scrivo da Budapest, e per la precisione ti scrivo da dentro una sauna. Sì, sono malato di saune, se ancora non lo sapevi. Ci entro sapendo che ho quindici minuti: o li uso per fare una lista di cose, o per sciogliere una lista di pensieri. E dentro di me mi dico: o risolvo tutto adesso, o resto qui a morire dal caldo.
Mi piace vedere come il cervello, messo alle strette, la smette di girarci intorno e va dritto al punto.
E non scherzo, eh. Una volta ci sono rimasto trentacinque minuti e per poco non svenivo. Faccio sul serio, insomma.
Domani ho un altro volo. E stamattina, qui nella sauna, guardando per terra, mi è tornata in mente una cosa.
In questo hotel ci sono già stato. Due anni fa. Tre, forse, non lo so di preciso.
Questa foto è di quella volta. La valigia arancione, aperta sul letto: è la stessa.

Quella volta, da qui, la valigia non la riportai a casa. Da Budapest partii dritto per Dubai, a fare i documenti, la residenza, le analisi. Il trasferimento vero. Cambiavo Paese a ventinove anni, e avevo una paura che a dirtela adesso mi vergogno un po'.
Prendi e vai. Me lo ripetei anche quella volta. E andai.
E anche quella scelta la presi in cinque secondi. È solo che poi ci misi nove anni a realizzarla davvero.
A casa, custodito bene — è per questo che non posso farti vedere l'originale — ho ancora un biglietto di carta, scritto nel 2021. Una lista di cose che volevo entro i trent'anni. In cima c'era: a trent'anni, vivere a Dubai.
(Che poi, una volta che ci vivi, ti accorgi che è una città come un'altra, eh. Ma vista da fuori, dall'Italia, sembrava quel sogno lì, un po' materialistico, un po' impossibile. E boh, mi aveva preso.)
Ad ogni modo, ci sono arrivato. Ho spuntato la riga.
Ma oggi, dopo anni, mi sono ricordato le sensazioni vere che tre anni fa mi nascondevo. Avevo lanciato l'azienda da poco e mi ritrovavo già venti persone nel team. E avevo paura. Molta.
E adesso sono di nuovo nello stesso hotel, con la stessa valigia appoggiata a un'altra porta, pronto per un'altra città, a fare esattamente la stessa cosa di allora. Prendi e vai.
È sempre la stessa valigia. È l'unica cosa che non ho mai posato.
E qui ti dico una cosa che ci ho messo anni a capire, e non è stato gratis.
Per tutto questo tempo ho provato a cambiare la valigia. Ne ho comprate di più grandi, di più belle, di quelle che in aeroporto si girano a guardare. Ho cambiato i panni dentro, li ho fatti costare di più. Ho cambiato le città, i letti, i soffitti bianchi tutti uguali. Cambiavo tutto quello che si poteva cambiare là fuori, convinto che prima o poi, a forza di cambiare roba, mi sarei sentito finalmente pronto a disfarla, quella valigia.
E non funzionava mai. Cambiava la valigia, cambiavano i panni, e io la sera ero sempre lo stesso. Stessa fame, stessa paura, stesso vuoto nella stanza a luci spente.
Perché l'unica cosa che doveva cambiare non era la valigia. Era quello che la porta.
E questo lo so perché me lo scrivevo, di notte, quando non c'era nessuno da convincere. Una volta mi ero segnato questa:
▎ Effettivamente non so se nella vita riuscirò mai ad essere chi davvero voglio essere. So solo che per ora, riesco ad essere ciò che devo essere.
— 30 giugno 2022
Chi davvero voglio essere. Chi devo essere.
Per anni ho pensato che la distanza tra quelle due parole la colmasse la valigia. Un altro volo, un'altra città, un altro traguardo spuntato, e prima o poi combaciavano da sole.
Invece la valigia non c'entrava niente. Ero io che dovevo diventare un altro, mentre la portavo.
E qui arrivo dove volevo.
La bugia che ci hanno raccontato è che un giorno arrivi. Posi la valigia. Diventi finalmente chi volevi essere, e stai fermo lì, contento.
Quel posto non esiste. Non l'ho trovato io, e non l'ha trovato nessuno di quelli che ammiri, credimi. A Dubai ci sono arrivato per davvero, la chiamo casa, e non ho posato niente. C'è la stessa fame di quando ho scritto quel biglietto. C'è la paura di crollare. Ci sono i voli, e i sorrisi finti da fare uno dopo l'altro, prima di arrivare in un posto che poi non c'è.
Ma una cosa è cambiata. E non è la valigia.
Sono io. Quello che la porta.
Ci ho messo un tempo assurdo a capirlo, e mi è costato caro: sbagli, notti storte, gente lasciata per strada, pezzi di me dimenticati negli aeroporti. Non è arrivata come un'illuminazione, di quelle da post. È arrivata piano, un centimetro alla volta, quasi senza accorgermene. Finché un giorno ti guardi mentre fai la valigia per l'ennesima volta, e ti accorgi che la stai facendo con le mani di un altro. Più fermo. Meno spaventato. Uno che la stessa identica valigia, oggi, la porta diversa.
Non sono arrivato. Non arriverò, credo. Ma non sono più quello che partì da questa stanza tre anni fa, con la lista in tasca e il terrore in gola.
La valigia è la stessa. Io no.
La settimana scorsa ti dicevo che l'identità ce la cuciono addosso gli altri. Ecco, forse l'unico lavoro serio di una vita è questo: scucire piano quella che ti hanno messo addosso e cucirtene una tua. E non si fa cambiando la valigia. Si fa cambiando chi la porta. Fa malissimo, ci metti anni, e da fuori non se ne accorge nessuno. Ma è l'unica cosa che poi, davvero, si muove.
Una soluzione pulita non ce l'ho, lo sai come vanno queste lettere. Ho una domanda.
Tu, in tutti questi anni, cosa hai provato a cambiare? La valigia, i panni, le città, il lavoro, le persone intorno? O quello che la porta? Perché il resto puoi cambiarlo all'infinito e restare identico. Si muove sul serio solo l'ultima cosa che hai il coraggio di toccare.
Prima di lasciarti.
Il biglietto del 2021 ce l'ho ancora. C'è una riga in fondo che non ho spuntato. Un giorno ti dico qual è. Non oggi.
Cinquantaquattro tentativi per essere migliore.
Questo è il quindicesimo.
Un saluto, Stefano.
Prendi e vai. Continuo a dirmelo. Solo che ho smesso di chiedermi dove vado. Ho iniziato a chiedermi chi ci va.
Cinquantaquattro tentativi per essere migliore.
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