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Settimana 19 di 54 — Uno spettacolo senza pubblico non è uno spettacolo

13 agosto 2026 · 8 min di lettura

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Settimana 19 di 54 — Uno spettacolo senza pubblico non è uno spettacolo


La mia vita a volte mi sembra un multiverso.


Due settimane fa ero a Mykonos a vivere una vita che da piccolo immaginavo. Una settimana fa ero a New York a fare colazione con gente che dalla mattina appena sveglia parla solo di come fare i miliardi (incluso me). Una settimana dopo sono qui, nel mio paese, con persone che dei miliardi se ne fottono, ma ti giuro, sorridono il doppio di quelli di New York.


Ad ogni modo. Ieri sera c'era una band rock che suonava. Una di quelle di vecchia generazione, birra a fiumi e urla.


Il palco basso, il basso che lo senti nello stomaco, e la gente davanti che canta pezzi che conosce a memoria anche se la band la sta sentendo per la prima volta.


Poi finiscono. Il cantante prende il microfono per l'ultima volta, ringrazia, e prima di scendere dice una frase.


"Uno spettacolo senza pubblico non è uno spettacolo."


Applausi, luci, tutti a bere. E io lì, in mezzo alla gente, con la birra in mano, che invece di godermi gli ultimi due minuti ho cominciato a rimuginare su una frase detta da uno sudato che voleva solo salutare.


Sono riuscito a rovinarmi un concerto con una citazione di congedo.


Perché la prima cosa che ho pensato è stata: ma non è vero.


È una cosa che ci diciamo per sentirci importanti. Uno bravo è bravo anche se non lo guarda nessuno. Uno che suona bene suona bene pure nel garage. Il valore ce l'hai o non ce l'hai, mica te lo danno quelli in sala.


Ci ho creduto per circa quaranta secondi.


Poi mi è tornata in mente una cosa che avevo letto tempo fa e che non sono mai riuscito a togliermi dalla testa.


C'è questa roba nella fisica, quella dei pezzi piccolissimi, quelli di cui siamo fatti. Quando nessuno li osserva non stanno in un posto preciso: sono dappertutto, sono possibilità, sono un'onda. Poi arriva qualcuno che li guarda, che li misura, e in quel momento esatto smettono di essere tutte le possibilità e diventano una cosa sola. Un punto. Lì.


Prima dello sguardo: tutto e niente.

Dopo lo sguardo: quello.


Roba da multiverso, appunto.


Adesso, siccome una cosa così detta al bar sembra la solita stronzata da reel motivazionale, ti dico da dove viene. Che poi è il motivo per cui stanotte, invece di dormire, me la sono andata a ripassare per bene.


Si chiama esperimento della doppia fenditura. Spari un elettrone contro una parete con due fessure e guardi dove va a sbattere dietro. Se fosse una pallina vedresti due righe, una per fessura. Invece vedi una figura a strisce, quella che fanno le onde quando si incontrano: come se quel singolo elettrone fosse passato da tutte e due le fessure insieme. Ma se metti uno strumento a controllare da quale delle due passa, le strisce spariscono. Torni ad avere due righe.


Il fatto stesso di andare a vedere cambia il risultato.


Non è teoria: l'esperimento con gli elettroni sparati uno alla volta l'hanno fatto tre italiani, a Bologna, nel 1974. E nel 2002 i fisici di tutto il mondo l'hanno votato come il più bello della storia della fisica. Se ti va di controllare è tutto lì, ed è mezz'ora spesa meglio dei reel.


Una precisazione però me la tengo, che altrimenti mi sento un venditore di fumo. "Osservare" in fisica non vuol dire che c'è un tizio che guarda e la realtà si mette sull'attenti: vuol dire che c'è uno strumento che interagisce, una misura.


Ma il fatto secco resta: finché nessuno tocca quella cosa, quella cosa non è da nessuna parte.


E allora ho pensato a una poesia.


Una poesia bellissima, scritta benissimo, chiusa in un cassetto per trent'anni. Esiste?


C'è, sì. La carta c'è. L'inchiostro c'è.


Ma non è mai successa a nessuno. Non ha mai fatto piangere uno alle due di notte, non ha mai fatto cambiare idea a qualcuno, non è mai stata copiata dentro un messaggio da un ragazzo che non sapeva come dirlo. Sta lì, tutte le possibilità insieme, come quegli elettroni prima della misura. In attesa di qualcuno che la tocchi.


E quindi sì. Quel tizio sudato aveva ragione.


E qui la cosa si è girata contro di me, come al solito.


Perché a quel punto ho pensato al mio cassetto.


Che è un po' il motivo per cui è nata questa newsletter.


E dentro le mie note, a un certo punto, mi ero pure smascherato da solo:


▎ Scrive perché voglio che qualcuno legga. Ho l'condizionata voglia di passare per "eroe" e non riesco a capire il perché.


— 18 ottobre 2021


Leggila bene. È scritta di corsa, ha pure un verbo sbagliato all'inizio. Ma quello che c'è dietro è chiaro: mi vergognavo di volere un lettore. Lo scrivevo come un difetto da confessare alle tre di notte. "Non riesco a capire il perché", come se volere che qualcuno leggesse fosse una malattia.


Come se volere qualcuno che ci dicesse "bravo" fosse un errore.


E adesso ti dico la parte a cui sono arrivato dopo, quella per cui ti sto scrivendo davvero.


Perché tu mo starai pensando che la morale è "fatti vedere di più". Non è quella. Anzi, è quasi il contrario.


Farsi vedere di più è facilissimo. Io sono stato per anni quello che si faceva vedere tantissimo ed era nascosto benissimo. Puoi stare su un palco tutti i giorni e non salirci mai davvero.


Perché la cosa difficile non è essere guardati. È essere veri mentre ti guardano.


Guarda che facciamo quando ci sono gli altri intorno. Ci misuriamo prima di parlare. Diciamo la versione più accettabile di quello che pensiamo davvero. Ci guardiamo intorno per capire chi c'è, cosa si aspettano, se siamo troppo o troppo poco. Aspettiamo il momento giusto, che poi il momento giusto è quello in cui siamo sicuri che non ci farà male, cioè mai. Ci paragoniamo a quello lì che secondo noi lo fa meglio, e rimandiamo a quando saremo pronti.


Non ci nascondiamo perché siamo timidi. Ci nascondiamo perché essere davvero se stessi davanti alla gente è la cosa più scomoda del mondo.


E secondo me è lì che sta tutto. Non la carriera, non i soldi, non la roba che ho inseguito per vent'anni. Capire chi sei ed esserlo, nel modo migliore che ti riesce. Quella è l'arte. Non c'entra saper dipingere o suonare: la tua arte è il modo tuo di stare al mondo, quello che non fa nessun altro uguale. E farla vedere non è esibizionismo. È l'unica forma seria di amore verso te stesso che conosco.


C'è una frase che quasi tutti conoscono e quasi tutti sbagliano. Dice che la nostra paura più grande non è di essere inadeguati: è di essere potenti oltre ogni misura. Che è la nostra luce, non il nostro buio, quella che ci spaventa di più.


Tutti la attribuiscono a Nelson Mandela, discorso di insediamento del 1994. Ci è cascato perfino il New York Times, e ci sono cascate un sacco di persone importanti nei discorsi di laurea. Solo che Mandela non l'ha mai detta. L'ha scritta una scrittrice americana, Marianne Williamson, in un libro del 1992, e la fondazione di Mandela ha dovuto fare un comunicato per spiegarlo.


Trovo abbastanza perfetto che la frase più famosa del mondo sulla propria luce sia stata per trent'anni attribuita a un altro.


Comunque, nello stesso pezzo, lei scrive due cose che mi hanno inchiodato.


La prima: "il tuo giocare in piccolo non serve al mondo. Non c'è niente di illuminato nel rimpicciolirsi perché gli altri intorno a te non si sentano insicuri."


La seconda: quando lasciamo brillare la nostra luce, diamo agli altri, senza volerlo, il permesso di fare lo stesso.


Ecco, questa qui non l'avevo mai capita fino in fondo.


Perché la paura vera non è che ti fischino. La paura vera è che funzioni. Che ti riesca. Che quella cosa lì che sei tu occupi spazio, e che occupando spazio tolga aria a qualcun altro. Quante volte ti sei tenuto piccolo per non far sentire uno sbagliato? Io un sacco. E me lo raccontavo pure bene, lo chiamavo umiltà.


Ma la luce non funziona così. Non è che se accendi la tua, la sala si fa più buia per gli altri.


Succede il contrario. Uno sale, e quelli sotto capiscono che si può salire.


La band di ieri sera è scesa e già non ricordo come si chiamava. Non ho comprato niente, non li ho cercati, non ho più sentito quei pezzi. Erano bravi? Boh. Medi, forse.


Ma quella sera, nel mio paese, lo spettacolo c'è stato. E sono abbastanza sicuro che tra quelli davanti al palco, quelli che dei miliardi se ne fottono e sorridono il doppio, ce ne fosse almeno uno che tornando a casa ha pensato: potrei farlo anch'io.


Non serviva che fossero i migliori. Serviva che salissero.


Non ho una soluzione, lo sai che non le ho mai, e su questa cosa qui sono il primo a fallire ogni giorno. Ho una domanda, e stasera è secca: qual è la cosa tua, quella che sei tu e nessun altro, che finora non hai fatto vedere a nessuno?


E la stai tenendo nel cassetto perché hai paura di non essere all'altezza, o perché hai paura di esserlo?


Cinquantaquattro tentativi per essere migliore.


Questo è il diciannovesimo.


Un saluto, Stefano.


La settimana prossima ti parlo di come si trova, quella cosa lì. Perché non arriva per illuminazione: viene fuori dall'incrocio di tre cose, quello che sai fare, quello che ti piace fare e come sei fatto tu. Ma questa è un'altra storia.


Se ti va, rispondi a questa mail e dimmi la tua. Le leggo io, una per una.

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