Una lettera a settimana, da dovunque mi trovi
"La verità è che non avresti dovuto leggere niente di tutto ciò."
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Non è mai abbastanza. Non lo è mai stato. Il rumore non si ferma. Non di notte, non tra un volo e l'altro, non quando tutto va bene. Queste lettere nascono lì dentro. A un tavolo per uno, in una città che domani non sarà più la stessa. Una a settimana. Da dovunque.

Settimana 1 — Ci risiamo
La verità è che non avresti dovuto leggere nulla di tutto ciò.
Non è pensato per te, in realtà non è pensato per nessuno. Scrivo questo genere di cose da anni, in posti dove nessuno mi conosce, a tavoli dove nessuno si siede con me, in città che cambio prima di poterle chiamare casa.
Ma oggi è diverso, oggi non chiuderò questi pensieri nel mio cassetto.
Da molto tempo c'è una sensazione a cui non so dare un nome. Sta tra il petto e la gola.
E non è ansia né paura. È quella certezza silenziosa di non essere nel posto giusto ovunque tu sia. Che qualunque cosa tu abbia fatto, non è abbastanza. Che esista una versione di te che non hai ancora raggiunto, e che forse non raggiungerai mai.
Secondo posto. Sempre.
Non rispetto a qualcun altro, ma rispetto a quello che senti di poter essere. Questa distanza non si colma, non con il lavoro, non con i soldi, figuriamoci con le città. Non si colma con niente.
Io questa distanza la sento da quando ho memoria.
Vengo da un posto dove le domande sono un eufemismo. Non perché la gente non pensi, perché le risposte sono già scritte. Nasci. Lavori. Ti siedi a tavola la domenica. Muori.
Il resto è rumore in un paese di mille abitanti il cui nome, Galluccio, non ti dice niente.
Da ragazzo raccoglievo nocciole, castagne, uva e olive. Non per comprarmi qualcosa. Per andarmene. Non sapevo dove ma sapevo che il mio posto non era lì.
Ho fatto anche il cameriere. Portavo piatti a persone che si godevano la serata e quello che per loro era un venerdì, per me era una prova. Di pazienza. Di resistenza. Di qualcosa che non capivo ancora.
Mia madre diceva: "smetti di giocare al gioco degli adulti." Era il suo modo di dirmi non farti male. Il mondo è così. Accettalo.
Non ci sono mai riuscito. Non per coraggio, ma per incapacità.
Poi a diciassette anni qualcuno mi disse una frase che non avrei dovuto prendere sul serio. Invece per fortuna la presi sul serio.
Il giorno dopo ero davanti a uno schermo inconsapevole di cosa stessi guardando, ma consapevole che qualcosa iniziava a muoversi.
Da lì in poi tredici anni di inizi.
Trading. Forex. Un blog. Video. Social. Viaggi. Ogni volta vedevo l'onda prima degli altri e ogni volta che ci salivo sopra scendevo prima che arrivasse a riva.
Non per mancanza di talento. Per qualcosa di peggio. Un'impazienza cronica travestita da intuizione. La convinzione che se una cosa non esplode subito, non è quella giusta. Che il prossimo inizio sarà quello della svolta.
Era "l'inizio" la droga. Quella sensazione di novità e magia di poter essere o arrivare ovunque si voglia. Un'evoluzione che ancora non capivo il segnale di uscita, di fuga.
Una notte, lo scrissi in un hotel, in un paese che nemmeno ricordo, su un quaderno che non ha mai letto nessuno: "Non ne ho mai sbagliata una. Ma non ho mai perseguito. Ho sempre atteso un risultato facile per poi mollare come un coglione."
Tredici anni per capire una cosa che sapevo già dalla prima notte.
Il problema non è mai stato fuori. Mai.
Non ti racconto cosa è successo dopo. Non ora.
Ti dico solo che a un certo punto ho smesso di scendere dall'onda. Non perché fossi diventato un altro. Perché avevo visto e capito lo schema.
Ad ogni inizio, curva e la stessa fottutissima uscita l'unica costante ero io.
E quando lo vedi, quando ne diventi consapevole, non puoi più far finta di niente.
Oggi sono seduto in un ristorante. Da solo. Come sempre. Con qualcosa da dire e nessuno a cui dirlo.
Ma st'avolta non lascerò queste parole nel quaderno.
È la prima lettera di cinquantaquattro. Una a settimana, da dovunque mi trovi. Non ti insegnerò niente. Non ho lezioni. Non ho formule. Ho solo quello che succede davvero quando vivi con questa fame costante. Quando non ti fermi. Quando non ti basta mai.
Se sai di cosa parlo, lo sai già.
Se non lo sai, questo messaggio non è per te e va bene così.
Queste lettere nascono per chi ancora ci crede. Per chi nonostante tutto è sicuro che è possibile. Per tutti quelli che continuano a cercare, porta dopo porta.
Per chi sa che la vita può essere dura, difficile, ma nonostante tutto è ancora qui. Sotto un cielo meraviglioso fatto di possibilità che attendono di essere colte.
Queste lettere nascono per chi non sa quando, non sa come, ma conosce bene il perché.
Perché ciò che conta è che noi o ci riusciamo o ci moriamo dentro ai nostri obiettivi.
Cinquantaquattro tentativi per essere migliore.
Questo è il primo ma mai l'ultimo.
Un saluto, Stefano.
