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Settimana 10 di 54 — L'uomo sul tetto

6 giugno 2026 · 6 min di lettura

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Settimana 10 di 54 — L'uomo sul tetto


Ti scrivo da Buenos Aires, come ti avevo anticipato la settimana scorsa.


Ma stavolta, resto.


Un mese intero. Non quattro giorni, non una settimana, non "passo di qui e poi vediamo". Un mese fermo nello stesso posto, con la stessa porta che apro la mattina, lo stesso bar all'angolo, lo stesso suono che entra dalla finestra alle sette.


Era da tanto che non mi capitava.


Sono arrivato da San Paolo qualche giorno fa — e prima ancora dalle montagne dell'India. Ti ho scritto la settimana scorsa di una musica dentro che non si suona (rileggila, se non te la ricordi), e una cosa che so su me stesso è: la mia musica si suona in movimento. Il movimento è il modo. Fermarmi vuol dire smettere.


Qui le stagioni sono al contrario: mentre da voi comincia l'estate, qui sta arrivando l'inverno. Sta cosa m'ammazza — però devo dire che sperimentare l'inizio dell'inverno a giugno è interessante.


Mi sveglio alle sette, apro la tenda e il panorama è sempre lo stesso: alberi d'autunno, nuvole basse, uno skyline per niente bello. E un cantiere, proprio qui sotto.


Su quel cantiere, ogni mattina, c'è un uomo. Ti faccio vedere.



Arriva prima di tutti gli altri. Sempre. Alle sette è già sul tetto — il tetto di un palazzo che ancora non esiste, ferri scoperti che escono dal cemento, assi di legno, nessuna protezione, come se fosse immortale.


Per la prima mezz'ora è solo, lui e il freddo. Poi arrivano gli altri, ma intanto lui ha già cominciato: i colpi sul ferro salgono fino alla mia finestra mentre la città, dietro, si sveglia con calma.


Io lo guardo. Quasi ogni mattina, ormai. Caffè in mano, qualche piano più in alto, dentro un palazzo che qualcuno come lui ha costruito.


E ogni mattina mi succedono due cose dentro.


La prima è che mi ricordo.


Mi ricordo quando i lavori così li facevo io. A Galluccio raccoglievo noccioline, castagne, olive, falciavo il prato dieci ore al giorno — a settembre, ottobre, la schiena piegata per ore, le mani che a fine giornata non si chiudevano più, l'umidità delle cinque del mattino che ti si ghiacciava addosso.


Poi la sera facevo il cameriere. Di certe serate mi ricordo la ventisettesima pizza sul braccio e il sorriso che non ho mai perso nemmeno per un secondo.


Eppure, te lo confesso: stronzo mi ci sentivo. Un sacco.


I soldi delle castagne li mettevo da parte. Non per comprarmi qualcosa.


Per andarmene, per viaggiare.


Quindi quando lo vedo lassù, alle sette, al freddo, una parte di me non sta guardando lui.


Sta guardando indietro.


La seconda cosa è meno nobile. E te la scrivo lo stesso, perché questa lettera ha senso solo se ci metto anche le cose di cui non vado fiero.


Lo guardo e penso: vive cieco.


Cieco perché mi chiedo se sa che potrebbe essere altro. Se questo lavoro lo appaga davvero, o se ci è finito dentro — figli arrivati troppo presto, una famiglia da campare, e questa era l'unica cosa che si poteva fare. O magari viene da un paese vicino, da una povertà che non gli ha mai lasciato il tempo di chiedersi niente, e per lui stare su quel tetto, a Buenos Aires, è già un punto d'arrivo. Magari, da dove viene lui, quello lassù è uno status.


O magari è all'inizio di una storia che non conosco. Nella mia famiglia c'è un parente partito dall'Italia per l'America a fare il benzinaio: ha finito per comprare la stazione di benzina, aprire un'autofficina e sei concessionari di lusso, è il mio esempio da seguire.


Magari quest'uomo tra trent'anni sarà il padrone del cantiere. O magari tra trent'anni sarà sullo stesso tetto, solo più lento.


Mi chiedo a quale delle tante realtà che esistono appartiene, e nella mia mente mi ricordo e immagino tutti gli step che deve affrontare per cambiare la sua personalità e raggiungere lo stadio successivo del Matrix.


Perché io l'ho fatto, io ci sono stato lì giù.


E mi uccide pensare che forse lui manco lo sa, non sa che tutto è possibile in questa vita, che la felicità e la bellezza delle cose le può trovare proprio chiunque.


E non è la prima volta che lo faccio. Lo faccio da anni.


Con chiunque faccia quei lavori che, vuoi o non vuoi, di nobile non hanno nulla — se non il dolore e il sacrificio di ciò che nascondono.


Ti ho scritto la settimana scorsa di una musica che teniamo dentro. Ecco: lo guardo e mi chiedo se ce l'ha, se non la suonerà mai, o se la sta suonando proprio lì, ogni mattina alle sette, a colpi di martello sul ferro — e sono io che non la sento.


Poi, ogni mattina, arriva il momento in cui il ragionamento mi si gira contro.


Perché la verità è che non esiste una risposta. E perché il cieco, quando faccio questi ragionamenti, sono io.


Io di quell'uomo non so niente.


Non so se la sera torna a casa e abbraccia i suoi figli. Non so se ride a cena, se dorme tutta la notte senza rumori in testa. Magari è diecimila volte più felice di me — di me che mi muovo da anni e non trovo un minuto per fermarmi, che lo guardo dall'alto e lo chiamo cieco mentre sono io quello che, da questa finestra, non vede un cazzo se non il prossimo obiettivo da conquistare.


L'estate scorsa, a Dublino, durante una cena solitaria — come sempre — ho scritto nel diario una frase che oggi faccio fatica a rileggere:


▎ Anche se, nulla mi basta.


Nulla mi basta. Questo c'è scritto, nero su bianco, con la mia calligrafia. Mentre lui, lì sotto, batte un ferro dopo l'altro e — per quello che ne so io — gli basta.


Per anni ho pensato che "iniziare a vedere" volesse dire cambiare posto, cambiare vita, cambiare pelle — l'ho fatto, tutto, più volte.


Più cresco, più comincio a sospettare un'altra cosa.


▎ Forse il Matrix non si buca. Forse uscirne è solo questo: sapere chi sei, accettarlo, e vivere felice con quello che hai.


Lo scrivo ed è facilissimo. Farlo, io non ci sono ancora riuscito. E so che non lo farò mai.


E so anche di non esserci riuscito perché l'avevo già scritto. Gennaio dell'anno scorso, Barcellona, da solo davanti a una pizza che non volevo.


Quella sera nel diario scrissi: "devo imparare ad apprezzare le cose che ho. Non domani, non quando avrò fatto altro. Adesso, qui."


Un anno e mezzo dopo sono un oceano più in là, a guardare un operaio da una finestra, con la stessa identica frase ancora da imparare.


Forse l'uomo sul tetto l'ha già imparata. Forse no. Non lo saprò mai, e va bene così: lui domani mattina sarà di nuovo lassù per primo, e io di nuovo qui a guardarlo, col caffè che si raffredda.


Voglio chiudere con la domanda che mi rimane in mano ogni mattina, quando lui inizia a battere i ferri e io apro il portatile.


È giusto accontentarsi, o bisogna lottare alzando sempre gli standard?


Io ho la mia risposta. Ma te la racconterò più avanti.


Cinquantaquattro tentativi per essere migliore.


Questo è il decimo.


Un saluto, Stefano.


Sappi che io tifo per te, qualsiasi sia il tetto su cui ti trovi.


Alla prossima settimana.


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