L'irrequietezza non e' un difetto. E' il segnale che qualcosa dentro di te chiede di cambiare. Le lettere di 54 esplorano quel disagio che precede ogni crescita.
Dalla Lettera 01 — Ci risiamo
Il giorno dopo ero davanti a uno schermo inconsapevole di cosa stessi guardando, ma consapevole che qualcosa iniziava a muoversi.
Dalla Lettera 03 — Il prezzo che nessuno vuole pagare
Il mio cervello urlava: rimani. È più facile. Hai uno stipendio sicuro. Costruirai la tua cosa con calma, nel tempo libero.
Dalla Lettera 04 — Settimana 4 di 54 — La felicità è un'abitudine
Niente. Resti fermo. E chiami quella stabilità "normalità."
Dalla Lettera 06 — Settimana 6 di 54 — La mente scimmia
15 giugno 2024 — "Vivo irrequieto con la voglia di fare tutto e la capacità di fare di più."
Io la chiamo, da quando ho memoria, irrequietezza.
3 agosto 2021 — "Perché c'è questo senso di irrequietezza dentro di me? Perché continuo a cercare qualcosa che nemmeno conosco?"
Dalla Lettera 08 — Settimana 8 di 54 — Quelli che non scendono dalla montagna
Forse non l'ho perso per costruire. Forse l'ho perso perché stare fermo mi faceva troppa paura.
L'unica cosa che ho capito davvero, in quei dieci minuti, è che il mio cervello non sa stare fermo.
Perché in tutti questi anni ho anche visto persone come quelle del villaggio — fisicamente ferme, intellettualmente ferme, esistenzialmente ferme — e dentro di loro c'era un'altra inquietudine, identica alla mia, solo che non avevano un mezzo per esprimerla, o forse avevano solo trovato un vizio per opprimerla.
Dalla Lettera 10 — Settimana 10 di 54 — L'uomo sul tetto
Un mese intero. Non quattro giorni, non una settimana, non "passo di qui e poi vediamo". Un mese fermo nello stesso posto, con la stessa porta che apro la mattina, lo stesso bar all'angolo, lo stesso suono che entra dalla finestra alle sette.
Per la prima mezz'ora è solo, lui e il freddo. Poi arrivano gli altri, ma intanto lui ha già cominciato: i colpi sul ferro salgono fino alla mia finestra mentre la città, dietro, si sveglia con calma.
Dalla Lettera 11 — Settimana 11 di 54 — Il semaforo
Arrivato sul marciapiede di fronte mi è venuto da ridere, perché mi sono ricordato di quante volte sono stato io, fermo a un semaforo a pensare troppo a lungo se attendere il verde o attraversare… finché qualcun altro non mi desse "il via".
La facevo dappertutto. Avevo la decisione già in tasca — chiara, giusta, mia — e restavo fermo ad aspettare che la prendesse prima qualcun altro.
"Io mi sento deciso, spesso mi sento proprio che so quale sia la cosa giusta da fare. Però poi mi blocco, mi fermo… e attendo sempre qualcuno che mi dia l'ok per procedere nella mia direzione."
Dalla Lettera 15 — Settimana 15 di 54 — La valigia
La bugia che ci hanno raccontato è che un giorno arrivi. Posi la valigia. Diventi finalmente chi volevi essere, e stai fermo lì, contento.
Ci ho messo un tempo assurdo a capirlo, e mi è costato caro: sbagli, notti storte, gente lasciata per strada, pezzi di me dimenticati negli aeroporti. Non è arrivata come un'illuminazione, di quelle da post. È arrivata piano, un centimetro alla volta, quasi senza accorgermene. Finché un giorno ti guardi mentre fai la valigia per l'ennesima volta, e ti accorgi che la stai facendo con le mani di un altro. Più fermo. Meno spaventato. Uno che la stessa identica valigia, oggi, la porta diversa.
Dalla Lettera 16 — Settimana 16 di 54 — Il pilota automatico
Ed è tutto collegato, capisci? Il corpo in allarme, il bisogno di accendere la stanza, il non riuscire a stare fermo da solo: sono la stessa cosa. Il mio sistema nervoso ha imparato che il pericolo si combatte facendosi amare da tutti. Che si sopravvive conquistando. E finché è così, ogni volta che scrivo chi voglio diventare da solo, poi arriva la settimana a Barcellona e il corpo mi rispedisce in mezzo alla gente a cercare la prova di valere. E quello che avevo scritto salta. Ogni volta.
Perché la mia modalità di default è la seconda. Io sono sempre acceso. Sempre in scansione: chi c'è nella stanza, come sto andando, gli piaccio, tengo su la serata, sto performando. Anche quando "mi diverto", il sistema è in allarme — solo che l'allarme lo chiamo energia, lo chiamo essere sul pezzo, lo chiamo il mio talento. E la riva sicura, per il mio corpo, sai qual è? Non è quella nuova, quella sana, quella dello Stefano fermo. È quella vecchia. Lo Stefano che beve e accende la stanza il mio corpo lo conosce da trent'anni: lì, per quanto stia male, sa esattamente come sopravvivere. L'altra riva — quello sobrio, in silenzio, che non ha bisogno di conquistare nessuno — è terra sconosciuta, e un corpo in allarme la terra sconosciuta la tratta come un pericolo. Così mi tiene di qua. Anche quando di qua sto malissimo, mi tiene di qua, perché è l'unico posto che conosce.
Lo vedi il trucco? Il mio potere lo metto lì. Tra gli altri. Nelle relazioni, in mezzo, quando accendo la stanza. Un potere da solo non me lo riconosco. Da solo, fermo, in silenzio, senza nessuno da conquistare, non mi sento forte: mi sento poco. Ho bisogno che siano gli altri a dirmi che valgo, altrimenti non ci credo.