Settimana 21 di 54 — La distanza
La verità non è una cosa che scopri. È una distanza che misuri.
Ieri ero chiuso in una sauna in Cina.
Amo le saune. Oltre al benessere fisico, è uno di quei posti dove non ti puoi portare niente e dove hai un tempo massimo per restare: quindi per una volta i pensieri non hanno concorrenza, e devono pure sbrigarsi.
Di solito resto quindici minuti, e mentre ero lì mi è arrivata questa domanda: qual è la cosa più difficile per essere davvero felici.
La risposta è arrivata subito, con quella sicurezza fastidiosa che hanno le cose vere.
La risposta è stata: la verità.
E un secondo dopo mi sono accorto che l'avevo detta senza sapere cosa intendevo. "La verità" è una di quelle parole che usiamo tutti e che non definisce nessuno. Quindi ho passato il resto del tempo lì dentro a provare a definirla.
Ti scrivo dove sono arrivato. Non è una conclusione, è il punto in cui mi si è aperta una porta.
La verità non è una cosa. È una distanza.
Ne parliamo sempre come se fosse un oggetto: ce l'hai o non ce l'hai, la dici o la nascondi, la trovi o te la perdi.
Secondo me non è così.
La verità è la distanza tra dove sei e le cose che non affronti. Le paure che non riconosci. I limiti che non ti dici di avere. Non è roba che stai nascondendo agli altri: è uno spazio che non hai mai misurato per te stesso.
E la misuri per un motivo solo, che è la parte che non ci dice mai nessuno: per sapere quanto deve essere lungo il ponte che poi, a fatica, devi costruire.
Per te. Per migliorare, per essere più vero e più felice.
Perché la verità non serve a stare male. Serve a costruire. Nessuno costruisce un ponte a occhio: se non sai quant'è la distanza, o non parti proprio, o finisci in acqua.
Ecco perché dire "non sono capace di" non è una resa. È una misura. È la cosa che si prende prima di iniziare i lavori.
Solo che la misura non la prendiamo quasi mai. E per non prenderla ci siamo costruiti un vocabolario intero.
Le frasi che usiamo per non misurare
Le cose vere sono frasi piccolissime, che infatti non diciamo:
• Ho paura di.
• Non sono capace di.
• Non ho capito quello che mi hai detto.
• Chi vorrei amare, e non so amare.
• Quale persona vorrei affrontare, e non affronto.
• Chi vorrei essere, e non sono.
Sono le cose più semplici del mondo, e sono le più complesse. E sono proprio quelle che creano il nostro "stare", come mi sento, per intenderci.
Al posto loro ne diciamo altre, più corte e più comode, che hanno il pregio enorme di essere presentabili: le puoi dire a cena o in riunione e nessuno alza un sopracciglio. "Sì, chiaro." "Tutto bene." "Ci penso e ti faccio sapere." "Non è il momento." "Sono fatto così."
Non sono bugie. Sono misure mai prese.
(E te lo dice uno che scrive una newsletter ogni settimana, cioè uno che il metro ce l'ha in mano sette giorni su sette e continua a rimandare. Non ti sto parlando dall'altra parte del ponte. Sto in mezzo al fiume esattamente come te.)
Poi però arriva la domanda dopo, e rovina tutto
Se la verità è una distanza, chi la misura?
Ti faccio l'esempio più stupido che ho, ed è mio, di questo mese. Il mio continuo viaggiare posso raccontarlo in due modi, e sono veri tutti e due.
Il primo: è bellissimo, vedo posti nuovi in continuazione, faccio cose che dieci anni fa non immaginavo.
Il secondo: è terribile, perché sono sempre da solo.
Stessi giorni. Stessi aerei. Stesse stanze. Cambia solo quale delle due storie decido di raccontare. E in base a quale scelgo cambia anche come sto davvero, non per finta.
Quindi la verità non sta là fuori ferma ad aspettare che qualcuno la trovi. La verità si differenzia solo per la scelta di quale storia raccontiamo.
E qui uno può fare due cose. Può dire: allora è tutto finto, ognuno si racconta quello che gli pare, non conta niente. Oppure può accorgersi che quella della storia è la cosa più seria che gli possa capitare tra le mani.
Io ci ho messo quattro anni ad accorgermene, e ho pure la prova scritta di quando ero fermo alla prima.
▎ Ricordo che mi sentivo costantemente insoddisfatto. Avere sempre addosso la sensazione di chi mente è orribile. Ma quale è la differenza tra una bugia e la verità se non un piano per riuscirci?
— 3 agosto 2022, New York
L'ho scritta io in una nota, in un periodo in cui spendevo soldi che non avevo per sembrare uno che non ero.
Quello lì aveva capito esattamente la stessa identica cosa che ho capito ieri in sauna. Identica. Che tra una bugia e una verità la differenza è una costruzione. Solo che con quella roba lì, invece di un ponte, ci ha fatto una facciata.
E la differenza tra una facciata e un ponte non sta nei materiali. Sta in dove lo punti. La facciata la costruisci verso gli altri, e serve a far vedere che la distanza non c'è. Il ponte lo costruisci verso la sponda tua, e serve ad attraversarla per davvero.
Quattro anni per capire la differenza tra due cose che si costruiscono tutte e due.
L'ultimo pezzo, che è quello difficile
La verità non esiste finché non sei tu a dire cosa è.
E non basta dirla. Va detta con sicurezza, e con un'intenzione talmente forte che l'ampiezza di quella scelta diventi più grande dell'altra. Che ne diventi la guida.
Perché finché non scegli restano lì tutte e due, la storia bella e la storia brutta, e tu resti in mezzo. E in mezzo non si costruisce niente: non sai nemmeno da che sponda parti, quindi il ponte non lo inizi.
Non ti sto dicendo di pensare positivo. Pensare positivo è scegliere la storia comoda e sperare. Ti sto dicendo un'altra cosa: che la storia la devi scegliere, e poi ci devi stare dentro anche nei giorni in cui non ti torna, perché è quella scelta a dirti dove costruire.
Facciamo un esempio pratico.
Dubai molti la chiamano finta. Io non l'ho mai chiamata finta: l'ho sempre chiamata costruita. Qualcuno si è seduto a un tavolo, ha deciso cosa doveva essere, e ci ha creduto abbastanza da farla esattamente così. Non è vera e non è falsa. È stata scelta.
Le persone funzionano uguale. Tra due che hanno vissuto la stessa identica vita, la differenza è quale storia hanno deciso di raccontarsi e quanto forte ci hanno creduto.
Però attento, perché qui è facilissimo fregarsi, e mi ci frego pure io. La distanza è vera, e quella non la scegli. Se non sei capace di una cosa non sei capace, e raccontartela meglio non ti fa diventare capace. Quello che scegli è la storia che ci costruisci sopra, e il modo in cui agisci dopo.
Prima la misuri. Poi scegli. Poi agisci. In quest'ordine, se no è solo un'altra facciata.
Sono uscito da lì al minuto quindici senza aver risolto niente, e va bene: sospetto sia una di quelle cose che in quindici minuti non si risolvono.
Una però l'ho capita. Per anni ho pensato di essere uno che certe cose non se le dice. Non è vero. Sono uno che non se le è mai misurate, e non se le misurava perché credeva che servisse a stare male.
Insomma: chi è che ha voglia di dirsi che il motivo per cui non è felice è che non ha il coraggio di affrontare il fatto che
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Lo spazio riempilo tu. Quella cosa lì è la tua misura.
Ma sapere quanto deve essere lungo il ponte è il modo per diventare chi sogni di essere. Ed è possibile.
Non ti chiedo qual è la tua verità: è una domanda troppo grossa, non risponde nessuno.
Ti chiedo questa. Qual è la distanza che non hai ancora misurato? E se la misurassi stasera, cosa dovresti iniziare a costruire questo lunedì mattina?
C'è una storia di quando ero ragazzo, giù al paese, che qui dentro non ti ho ancora raccontato e che con questa faccenda c'entra più di quanto vorrei. Ci arriviamo.
Cinquantaquattro tentativi per essere migliore.
Questo è il ventunesimo.
Un saluto, Stefano.
Se ti va, rispondi a questa mail e dimmi la tua. Le leggo io, una per una.
Cinquantaquattro tentativi per essere migliore.
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