Settimana 20 di 54 — La grotta
A Ferragosto non volevo andare da nessuna parte.
Staccare non mi riposa, mi mette ansia. Il quindici agosto per me è un mercoledì con più traffico, con obblighi di fare cose per "divertimento".
Che poi vorrei vedere chi si diverte davvero a pagare tutto il doppio, aspettare il doppio ed essere servito male il doppio.
All'ultimo poi, ho detto sì a tre giorni in barca a Ponza.
Sono stato con quelli di sempre. Gli amici con cui non devi performare, non devi stare sul pezzo, non devi essere brillante, non devi essere niente. Ti puoi zittire per due ore e nessuno pensa che hai qualcosa.
Una mattina eravamo su prima delle sette per vedere una grotta. Prendiamo il tender, arriviamo davanti, molliamo il tender fuori e andiamo avanti a nuoto.
Dentro c'era buio, freddo, di quel freddo che ha l'acqua che sta al riparo dal sole da sempre. Il rumore che sbatte sulla roccia e torna indietro amplificato, come se la grotta parlasse da sola. E poi, quando arrivi nella spiaggetta segreta all'interno e ti giri, vedi una fessura. Non grande. Un buco nella pietra.
E da quel buco si vedeva tutto.
Il mare, la luce delle sette che è ancora bianca, e te lo giuro una barca ferma là fuori, che si muoveva appena.
Non avevo il telefono, ma ti ricreo l'immagine (sì, in AI).

Comunque. Mentre stavo lì a galla nel buio a fissare quel buco, mi è arrivata addosso una cosa.
Ti dico subito quella ovvia, così ce la togliamo: mi è venuto in mente Platone. La caverna e i suoi prigionieri incatenati da quando sono bambini, dietro di loro un fuoco. Sulla parete i prigionieri vedono solo le ombre di quegli oggetti, e per tutta la vita credono che le ombre siano il mondo.
Bellissimo. Ma non era la mia grotta.
Perché io non ero incatenato, e non stavo guardando delle ombre.
Io vedevo. Il mare vero, la luce vera, la barca vera. Sapevo con precisione cosa c'era fuori.
E lì, invece che rilassato mi è partito il pippone filosofico, tutto da questo concetto: "Non è che non sappiamo. Sappiamo, e restiamo".
Perché dentro si sta al sicuro. È brutto, è freddo, ci si vede poco, però non ti può succedere niente. Il mare fuori è aperto. E aperto vuol dire bello e vuol dire pericoloso.
E le catene, se ci fai attenzione, non sono catene.
Sono frasi.
Quelle che ci diciamo da soli: non è il momento, prima sistemo questa cosa, dall'anno prossimo, io sono fatto così. E quelle che ci hanno detto, che sono peggio, perché quelle non ci ricordiamo nemmeno di averle prese in mano: non fare il passo più lungo della gamba, chi te lo fa fare, e chi credi di essere, resta con i piedi a terra.
Nessuno ci ha incatenato. Ci hanno solo parlato. E noi ci siamo seduti.
Adesso arriva la parte per cui ho voluto scriverti questa lettera, perché la settimana scorsa ti ho lasciato con un debito. Ti ho detto: la prossima ti dico come si trova, quella cosa lì che sei tu e nessun altro.
Eccoci.
Perché guarda, "esci dalla comfort zone" lo sanno dire tutti. Ma posso anche uscire e nuotare in qualsiasi direzione per sei ore, in un attimo di coraggio, ma arrivare in nessun posto, essere molto più stanco e avere la grotta ormai troppo lontana per tornarci.
Fuori non è una direzione, tu sei la direzione.
Quindi la domanda vera non è "come esco". È chi devo diventare per poter uscire.
Io ho trovato un modo solo, e non è una formula. È solo l'unica cosa che mi ha fatto smettere di nuotare a caso. Sono tre cose, e devono incrociarsi tutte e tre.
Quello che sai fare.
Quello che ti piace fare.
E come sei fatto tu.
Le prime due le dicono tutti, e non bastano: sono piene le città di gente bravissima e annoiata, e di gente appassionata che non conclude niente. È la terza che nessuno ti dice mai. Come sei fatto: se reggi la solitudine o se ti serve gente attorno, se hai bisogno di ordine o di casino, se il rischio ti eccita o ti sveglia alle quattro di notte. Perché puoi essere bravo a fare una cosa che ti piace anche molto, e quella cosa lì può chiederti di essere una persona che tu non sei. E allora la fai bene per due anni, e ti si spegne dentro senza che tu riesca a spiegare a nessuno il perché.
Dove si incrociano quelle tre, c'è una nuova versione da costruire.
Io non l'ho scoperto in una grotta a Ferragosto. Ce l'avevo già scritto. Sono andato a cercarlo e sta nel telefono, in mezzo alle note che scrivo quando non sto bene.
�� Siamo l'immagine allo specchio che non vediamo, ma che vorremmo vedere. Il punto non è saperla immaginare, è saperla coltivare, con costanza. […] Se ciò che pensiamo, ciò che diciamo è ciò che facciamo fosse armonico, non avremmo nemmeno bisogno di esistere.
— 30 giugno 2022
Ma scrivere lo schema non è uscire dalla grotta: scrivere lo schema è una cosa che si fa comodamente da dentro, all'asciutto, senza nemmeno bagnarsi i piedi. Io l'ho fatto per anni. Ho una collezione di mappe firmate da uno che non si è mosso.
Uscire dalla grotta vuol dire prendersi la responsabilità di scegliere chi vuoi essere, e accettare quello che tutti negano, ovvero: che chi sei è solo un concetto pre-impostato, il tuo scopo è smontare ogni paradigma e costruire la personalità che più ti si addice.
E credimi, non esiste niente di più doloroso.
E qui viene la seconda metà, quella che mi sono ricordato solo dopo.
Per iniziare a capire come sei fatto, servono altre tre, e stanno tutte dentro la nota del trenta giugno: ciò che pensi, ciò che dici, ciò che fai. Allineate.
Perché se pensi una cosa, ne dici un'altra e ne fai una terza, puoi aver idealizzato tutto, avere quella nuova versione perfettamente a fuoco davanti agli occhi, e restare in quella grotta per vent'anni. Ti muovi tantissimo e non ti sposti di un metro. E la cosa più bastarda è che ti senti pure in movimento, perché parlare di una cosa dà la stessa sensazione di farla, per qualche ora.
Io ne so qualcosa. Da quella grotta sono uscito un centinaio di volte, sono un professionista dell'uscita. Solo che ogni volta arrivavo a nuoto su una barca, e la barca era di qualcun altro.
Mi dimenticavo di me.
E sai, per costruire la persona che vuoi essere, devi solo lavorare sui tuoi pensieri.
Siamo un insieme di pezzi: quello che pensiamo, le frasi che ci diciamo, la gente che ci teniamo attorno. E la cosa spaventosa e bellissima insieme è che i pezzi si cambiano. Uno per uno.
Vuol dire che quello che esce dalla grotta non è lo stesso che stava dentro.
Non è una nuotata. È che deve cambiare chi nuota.
Ed è per questo che non ci riusciamo quasi mai. Perché non ci stiamo chiedendo di attraversare cinque metri d'acqua fredda. Ci stiamo chiedendo di smettere di essere quello che siamo stati per trent'anni.
Oggi niente domande, non le ho.
So solo che lì fuori c'è un mondo che non vede l'ora di sentire la tua musica, e semmai esiste uno scopo in questa esistenza sono certo che è basato sul farla ascoltare agli altri.
Quindi vai, esci e diventa chi vuoi.
Cinquantaquattro tentativi per essere migliore.
Questo è il ventesimo.
Un saluto, Stefano.
Se ti va, rispondi a questa mail e dimmi la tua. Le leggo io, una per una.
Cinquantaquattro tentativi per essere migliore.
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