Settimana 22 di 54 — La chiave
Il ritardo non è un ostacolo: il ritardo è tempismo. Solo che questo si vede sempre dopo, mai mentre succede.
Ti devo confessare una cosa che forse fanno tutti, o forse faccio solo io. Mi piace pensare che la facciano tutti, perché mi fa sentire più normale.
Ogni tanto mi metto una canzone che mi carica e mi immagino uno scenario. Che sto per salire su un palco. Che c'è una folla che mi aspetta. Che sta per succedere una cosa grossa, di quelle che poi si raccontano. È difficile da spiegare: è come se mi portassi nel cervello, in anticipo, la sensazione di quando una cosa ti riesce.
Quella lì, precisa, la stessa sensazione che immagino possa provare un giocatore su un gol al novantesimo, che ribalta il risultato e l'esito di un campionato.
Non c'è nessun palco. C'è solo la mia immedesimazione.
Questa settimana ero a Città del Messico, per lavoro. Salivo in camera dopo la palestra, di sera, e mi era capitata su Spotify Feel This Moment, una canzone vecchissima che non sceglierei mai davanti a qualcuno.
Esco dall'ascensore. Corridoio vuoto, moquette, quelle luci basse uguali in ogni albergo del mondo. E la canzone stava salendo. I battiti aumentavano, la cosa cresceva, e io camminavo verso la porta immaginando l'arrivo, perché l'arrivo era quello: la mia camera.
E il tempismo era perfetto. Il pezzo grosso, quello dove parte tutto, sarebbe caduto esattamente quando aprivo la porta.
Arrivo. Metto la chiave.
Non funziona.
La provo di nuovo. Non funziona. Una terza volta, girandola più piano, come se il problema fosse la delicatezza. Niente. Una quarta.
E intanto la canzone correva, e nella mia testa era già successa una cosa precisa: ecco, ho perso il momento. Non "la chiave non va". Proprio: ho perso il momento. Come se ci fosse un appuntamento e io fossi arrivato tardi di quattro secondi.
Come il cross perfetto, la gamba che si allunga per segnare, e la consapevolezza di essere troppo corto e di fallire il tiro.
Poi la chiave ha girato.
Ha girato esattamente lì. Sul battito migliore di tutta la canzone. La porta si è aperta dentro il pezzo, e io mi sono messo a ballare da solo in una camera d'albergo a Città del Messico, con la borsa della palestra ancora in mano.
(Se stai pensando che è ridicolo: sì. Un uomo adulto che festeggia da solo una porta che si apre. Ma se ridi, ridi anche di quello che stavo per fare un secondo prima, cioè entrare in camera già convinto di aver fallito qualcosa che non esisteva.)
Quando la musica è calata, e il gol era stato segnato esattamente come volevo io, sotto la doccia ho iniziato a riflettere.
Se la chiave avesse funzionato al primo colpo, sarei entrato troppo presto.
Il pezzo sarebbe partito con me già dentro, mentre appoggiavo la borsa. Non sarebbe stato niente. Quei quattro tentativi falliti non erano l'ostacolo tra me e il momento: erano quello che ha fatto cadere il momento al punto giusto.
E la cosa che mi ha lasciato lì fermo non è la coincidenza. Le coincidenze non mi interessano. È che il mio cervello, mentre succedeva, era già arrivato a una conclusione. Aveva già emesso la sentenza: perso, sbagliato, tardi.
Aveva torto, e non ne aveva idea.
Quindi mi è nata questa domanda. Ma noi come ci viviamo il tempo?
Noi il tempo lo trattiamo come se fosse uno solo, uguale per tutti. Come se ci fosse un orologio grande appeso in mezzo al mondo, e tutti quanti a guardare quello.
A trent'anni dovresti. A quest'ora dovresti già. Quello ci è arrivato prima. Io sono indietro.
Ma quell'orologio non esiste. Ognuno sta camminando in un corridoio suo, con una canzone sua nelle orecchie, e il pezzo grosso gli cade in un secondo diverso. Non c'è un momento giusto: c'è il tuo momento, che è tarato sulla tua traccia e su nessun'altra.

Il problema non è essere in ritardo. Il problema è essere in ritardo sulla musica di un altro. È lì che nasce quasi tutta la roba che ci fa stare male: non dal punto in cui siamo, ma dal punto in cui siamo rispetto a qualcuno che sta ascoltando una canzone che non sentiamo nemmeno.
E c'è una cosa peggiore, che è quella onesta. Mentre sei lì con la chiave in mano, non lo puoi sapere se sei bloccato o se sei in anticipo. Le due cose si somigliano al punto da essere identiche. Lo scopri dopo, sempre dopo, e a volte non lo scopri proprio.
Io questa faccenda del tempo ce l'ho addosso da anni, e ho la prova che non è una cosa che ho risolto.
▎ Avverto sempre una clessidra pronta a scadere. Mi fa sentire solo.
— 24 maggio 2024
Quello lì sono io, due anni fa. E guarda la seconda frase, che è quella che conta: non dice che ha paura di finire il tempo. Dice che mi fa sentire solo.
Perché è vero anche il rovescio di tutto quello che ti ho scritto sopra. Se ognuno ha la sua traccia, allora nessuno la sente insieme a te. Stare nella propria gara non è solo liberatorio: è anche starci da solo. Quel corridoio era vuoto per un motivo.
E la battaglia è la tua: nessuno infilerà la chiave al posto tuo.
Prima di lasciarti
Attento però, perché qui è facile fregarsi e mi ci frego per primo. Non tutti i ritardi sono tempismo. Certe chiavi non girano perché è la porta sbagliata, e c'è gente che passa anni a girare la stessa chiave raccontandosi che il momento sta arrivando. La differenza tra le due cose non si vede mentre succede, e chi ti dice il contrario ti sta vendendo qualcosa.
Quindi non ti sto dicendo che tutto succede per un motivo. Ti sto dicendo una cosa più piccola e più utile: la voce che dichiara la partita finita mentre la canzone sta ancora suonando ha spesso torto. La mia ce l'aveva. Quattro volte in dieci secondi.
Oggi nessuna domanda, ma voglio che tu faccia una promessa a te stesso.
Scrivi su un foglio di carta cosa vuoi che accada entro il 31 dicembre. Poi ci torniamo quel giorno.
Cinquantaquattro tentativi per essere migliore.
Questo è il ventiduesimo.
Un saluto, Stefano.
Se ti va, rispondi a questa mail e dimmi la tua. Le leggo io, una per una.
Cinquantaquattro tentativi per essere migliore.
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