La sindrome del secondo posto e' la sensazione permanente di non essere mai abbastanza, indipendentemente dai risultati. Non importa cosa ottieni: qualcuno ha sempre di piu', e quel confronto ti rovina ogni conquista. Stefano la analizza come uno dei veleni piu' lenti dell'epoca moderna: viviamo in una vetrina globale dove il secondo posto sembra una sconfitta, e il primo posto sembra sempre occupato da qualcun altro. La cura non e' vincere — e' smettere di guardare la classifica.
Cosa dice Stefano su la sindrome del secondo posto
Dalla Lettera 01 — Ci risiamo
Trading. Forex. Un blog. Video. Social. Viaggi. Ogni volta vedevo l'onda prima degli altri e ogni volta che ci salivo sopra scendevo prima che arrivasse a riva.
Non per mancanza di talento. Per qualcosa di peggio. Un'impazienza cronica travestita da intuizione. La convinzione che se una cosa non esplode subito, non e' quella giusta. Che il prossimo inizio sara' quello della svolta.
Dalla Lettera 02 — Scegliere chi essere
Perche' l'unica competizione che conta e' quella con te stesso. Non con chi pensi che gli altri siano. Ma con chi sai di poter diventare.
Ho scritto nel mio diario: “Ho sempre pensato che gli altri erano migliori di me. Che avevano qualcosa in piu'. Che erano piu' capaci, piu' attraenti, piu' performanti.”
Dalla Lettera 04 — Settimana 4 di 54 — La felicità è un'abitudine
Nasciamo soli. Moriamo soli. E nel mezzo, viviamo spesso incapaci di dire agli altri ciò che stiamo provando. Ma è proprio in quella solitudine che trovi te stesso. Non nelle feste. Non nelle distrazioni. Non nel rumore.
Dalla Lettera 05 — Settimana 5 di 54 — Il vero cancro
Ma quando iniziano a coincidere, succede una cosa strana. Il peso del confronto sparisce. Non perché smetti di vedere gli altri. Perché smetti di misurarti con gli altri.
In ogni caso il confronto peggiore è quello orizzontale, perché agisce in due fasi.
Dalla Lettera 06 — Settimana 6 di 54 — La mente scimmia
Perché in questo momento sto ottenendo questi risultati e non altri?
E da dove viene? Dottrine. Insegnamenti scolastici privi di esperienze di vita. Libri studiati senza viverli. Pattern familiari che forse non avremmo scelto. Voci di altri che abbiamo confuso per nostre.
Dalla Lettera 07 — Settimana 7 di 54 — L'arte di definire i propri confini
E finché aspetti che siano gli altri a definirti, sei interpretato. Non sei.
Per molto tempo ho creduto che mettere dei confini fosse una specie di ammissione di debolezza. Tipo: gli altri reggono di più, gli altri stanno ovunque, gli altri non hanno bisogno di un perimetro.
Dalla Lettera 08 — Settimana 8 di 54 — Quelli che non scendono dalla montagna
La domanda è: chi dei due sta meglio adesso?
Non riesco a convincermi che restare fosse meglio.
Dalla Lettera 09 — Settimana 9 di 54 — La musica che teniamo dentro
È stata: e io? E gli altri come me? E i bambini del villaggio della settimana scorsa?
Quella che esce solo nei momenti in cui sei davvero te stesso. Quella che ti viene naturale e gli altri non sanno fare uguale. Quella che ti dimentichi di avere perché te la porti in giro da una vita e nessuno ti ha mai detto che era una musica.
Dalla Lettera 10 — Settimana 10 di 54 — L'uomo sul tetto
Arriva prima di tutti gli altri. Sempre. Alle sette è già sul tetto — il tetto di un palazzo che ancora non esiste, ferri scoperti che escono dal cemento, assi di legno, nessuna protezione, come se fosse immortale.
Per la prima mezz'ora è solo, lui e il freddo. Poi arrivano gli altri, ma intanto lui ha già cominciato: i colpi sul ferro salgono fino alla mia finestra mentre la città, dietro, si sveglia con calma.
Dalla Lettera 11 — Settimana 11 di 54 — Il semaforo
E sai, non è il semaforo la vittoria: è la capacità di decidere senza osservare o attendere gli altri.
Prendendosi il rischio. E prendendosi la responsabilità — perché alla fine siamo noi a scegliere, siamo noi a vivere la nostra vita minuto per minuto, sul nostro pezzo di strada. E siamo noi a pagarne le conseguenze, anche quando sbagliamo, anche quando attraversiamo e ci accorgiamo che era meglio restare fermi. Le paga chi attraversa, mica chi guardava dall'altra parte. Mai una volta che a sbagliare la mia vita ci sia qualcun altro a metterci la firma.
Dalla Lettera 12 — Settimana 12 di 54 — La testa sul cuscino
E qui di solito c'è un solo finale. Apri Instagram e scrolli un'ora, finché non ti addormenti peggio di prima.
Dalla Lettera 13 — Settimana 13 di 54 — La punizione
E dopo un po' è successa una cosa strana. I bambini premiati hanno iniziato a disegnare di meno. Quelli a cui non davano niente andavano avanti come prima, per il piacere di farlo. Gli altri no, il premio aveva spento qualcosa. Avevano smesso di disegnare per amore, e disegnavano solo in relazione al premio.
E non è nemmeno la parte peggiore. La parte peggiore è il conto che paghi senza accorgertene. Ho lasciato andare persone che amavo, perché restare voleva dire fermarmi, e fermarmi non ho mai saputo farlo. Ho visto gente piangere per me senza riuscire a piangere io — non lo faccio da quando ero ragazzo. Mi sono seduto a cena davanti a una donna, in silenzio, e ho sentito che dentro non c'era niente, come se fossi morto in quel silenzio lì. Questo è il prezzo vero. Non il sonno, non i soldi. Le persone. Te stesso.
Dalla Lettera 14 — Settimana 14 di 54 — Sliding Doors
Sul cronometro sì. Ma fermati un attimo. In quei dieci minuti siamo passati per strade che se andavamo dritti non facevamo. Abbiamo visto cose che non avremmo visto. Abbiamo evitato una macchina, un incrocio, forse un guaio. Forse ci siamo salvati da un altro. Anche solo la mia mente: dieci minuti prima ero uno, dieci minuti dopo un altro, con altri pensieri, altre scelte.
C'è quel film, non mi ricordavo nemmeno il titolo, poi mi è tornato: Sliding Doors. C'è una donna che deve prendere il tram. In una versione fa in tempo a salire. Nell'altra le si chiudono le porte in faccia. Basta quello. Un tram preso o perso. E il film ti fa vedere tutte e due le vite in parallelo, e sono due vite completamente diverse. Altre persone, altri amori, altro finale.
Dalla Lettera 15 — Settimana 15 di 54 — La valigia
La settimana scorsa ti dicevo che l'identità ce la cuciono addosso gli altri. Ecco, forse l'unico lavoro serio di una vita è questo: scucire piano quella che ti hanno messo addosso e cucirtene una tua. E non si fa cambiando la valigia. Si fa cambiando chi la porta. Fa malissimo, ci metti anni, e da fuori non se ne accorge nessuno. Ma è l'unica cosa che poi, davvero, si muove.
Dalla Lettera 16 — Settimana 16 di 54 — Il pilota automatico
▎ Io non mi muovo come si muovono gli altri. Io mi muovo tra le energie delle persone. È quello il mio potere, per unire i gruppi e stare sempre bene.
Lo vedi il trucco? Il mio potere lo metto lì. Tra gli altri. Nelle relazioni, in mezzo, quando accendo la stanza. Un potere da solo non me lo riconosco. Da solo, fermo, in silenzio, senza nessuno da conquistare, non mi sento forte: mi sento poco. Ho bisogno che siano gli altri a dirmi che valgo, altrimenti non ci credo.
Dalla Lettera 17 — Settimana 17 di 54 — Il lavaggio del cervello
Quindi mettiti in testa una cosa scomoda: non esiste il "cervello pulito, il vero me, come sono fatto io e basta". Non esiste nessuno che non sia stato programmato da qualcosa o da qualcuno. Esistono solo due categorie di persone. Quelli che il cervello se lo lasciano lavare dagli altri e dal caso, per sempre. E quelli che a un certo punto prendono la penna e cominciano, faticosamente, a riprogettarlo da soli.
Ventotto anni di roba scritta da altri, da smontare un pezzo alla volta, sapendo che per mesi non vedrai succedere niente. È il lavoro meno gratificante del mondo. Ed è l'unico che conta.
Dalla Lettera 18 — Settimana 18 di 54 — Sei già qualcuno
E lo so cosa mi ruba ogni volta la cosa che avevo capito. Il paragone. Il confronto. Quel misurarsi con gli altri che ti mangia — te ne ho già parlato una volta, e non voglio rifartelo, perché la lezione "non ti paragonare" la sanno tutti e non la applica nessuno, me compreso.
Il confronto non è pericoloso solo perché ti fa sentire indietro. È pericoloso perché ti fa dimenticare che ci sei. Che esisti già. Nel secondo esatto in cui ti giri a guardare quello più avanti, sparisci a te stesso. Non ci sei più tu, adesso, vivo: c'è solo la distanza da colmare. E quella distanza non finisce mai, perché uno più avanti ci sarà sempre.
Dalla Lettera 19 — Settimana 19 di 54 — Uno spettacolo senza pubblico non è uno spettacolo
Guarda che facciamo quando ci sono gli altri intorno. Ci misuriamo prima di parlare. Diciamo la versione più accettabile di quello che pensiamo davvero. Ci guardiamo intorno per capire chi c'è, cosa si aspettano, se siamo troppo o troppo poco. Aspettiamo il momento giusto, che poi il momento giusto è quello in cui siamo sicuri che non ci farà male, cioè mai. Ci paragoniamo a quello lì che secondo noi lo fa meglio, e rimandiamo a quando saremo pronti.
Non è teoria: l'esperimento con gli elettroni sparati uno alla volta l'hanno fatto tre italiani, a Bologna, nel 1974. E nel 2002 i fisici di tutto il mondo l'hanno votato come il più bello della storia della fisica. Se ti va di controllare è tutto lì, ed è mezz'ora spesa meglio dei reel.