Il ragazzino davanti alla vetrina
Mi è passato davanti un post in questi giorni.
Parlava di Alexandr Wang, quello che Meta si è portata in casa con un'operazione da miliardi di dollari per metterlo a capo di tutta la loro intelligenza artificiale.
E la cosa che faceva discutere nei commenti non erano i miliardi. Era come si veste.
Ti allego la foto di lui sul palco, in quello che è stato l'evento più importante nella storia AI di Meta.

Maglietta, scarpe/ciabatte, nemmeno un colore abbinato. Nessun orologio, nessuna cintura con le iniziali. Uno dei pochi al mondo che potrebbe comprarsi letteralmente qualunque cosa, e si veste come noi quando andiamo a buttare la spazzatura.
Sotto, nei commenti, qualcuno aveva scritto la frase che mi ha fatto fermare: chi compra Louis Vuitton da duemila euro lo fa per lo status, lui invece è il proprio brand.
Ed è lì che mi è tornata in mente una cosa di quando ero ragazzino.
Le vetrine
Vengo da un paese di mille abitanti e in famiglia non c'erano soldi.
Quando capitava di andare in città, io camminavo e guardavo le vetrine. Quelle vere, quelle dei negozi dove non entravo nemmeno perché già sapevo. Mi fermavo davanti al vetro e guardavo le scarpe, le giacche, tutto.
E sognavo. Sognavo le scarpe da mille euro. Sognavo di vestire Louis Vuitton, Loro Piana, un orologio. Sognavo tutta quella roba lì, con una precisione che adesso mi fa quasi tenerezza: sapevo i modelli, sapevo i nomi.
Ora ti faccio la domanda che per vent'anni non mi ero mai fatto.
Lo volevo davvero?
C'era in me un quindicenne che amava il design di una scarpa, le cuciture, il lavoro che c'è dietro? Oppure la volevo perché l'avevo vista addosso a qualcuno che mi sembrava arrivato, e nella mia testa era la prova?
Io la risposta ce l'ho, ed è la seconda. Non me n'è mai importato niente del cuoio. A me interessava quello che quella scarpa diceva di chi la portava.
Non stavo desiderando un oggetto. Stavo desiderando di essere guardato in un certo modo.
Qui mi devi seguire, perché il punto non è quello che sembra
A me continua a piacere quella roba lì, ma stringi gli occhi, elimina le distrazioni e segui il mio discorso.
Non ti sto dicendo che la moda è una stronzata. C'è gente che una giacca la guarda come io guardo una cosa fatta bene nel mio lavoro, e sa dirti perché quella spalla cade in quel modo. Quelli comprano una cosa che amano, ed è legittimo come comprarsi una chitarra.
Il problema non è l'oggetto. È il motivo. E il motivo quasi nessuno se lo chiede, perché fa male guardarlo in faccia.
Allora ti do un modo per saperlo, ed è brutale nella sua semplicità.
Pensa all'ultima cosa costosa che vorresti comprare. Adesso immagina di poterla avere, ma a una condizione: nessuno la vedrà mai. Non la puoi postare, nessuno te la nota. Resta tra te e lei.
La vuoi ancora?
Se la risposta è sì, è tua davvero. Comprala, e divertiti.
Se senti che si sgonfia qualcosa, allora non stavi comprando quella cosa. Stavi comprando la faccia che avrebbero fatto gli altri.
Adesso ti dico il costo di tutto ciò
Perché un prezzo c'è, e non è quello sul cartellino.
Quando compri una cosa per sembrare qualcuno non stai facendo una spesa: stai aprendo un abbonamento. Quella versione di te va mantenuta, e si mantiene in un modo solo, con la prossima cosa. Le scarpe funzionano finché sono nuove, poi smettono. Allora serve l'orologio. Poi il posto giusto dove farsi vedere, poi la cena pagata da te davanti a gente che deve notarlo.
E qui parte il vortice, che è la parte che nessuno racconta.
Perché ogni volta che mostri una cosa che non ti appartiene davvero, dai ragione alla voce che dice che tu, così come sei, non basti. Non la zittisci: la nutri. Le stai dando la prova che aveva ragione, che da solo non reggevi, che ti serviva un supporto esterno.
Così la distanza tra quello che fai vedere e quello che sei si allarga. E più si allarga, più ti serve mostrare per coprirla. Non finisce mai, perché non può finire: stai riempiendo con oggetti un buco che non è fatto di oggetti.
E intanto, in mezzo a tutte quelle cose, la persona più lontana da te sei tu.
Questo è il costo vero. Non i mille euro. I mille euro li recuperi. Gli anni passati a essere finto con te stesso no.
E poi arrivano i soldi
Poi cresci, e qualche soldo arriva. E scopri la cosa più scema di tutte: che la scarpa da mille euro, quando te la puoi permettere, dura due settimane. Due settimane in cui ti senti quello che volevi essere a quindici anni davanti alla vetrina. Poi diventa una scarpa. Sta nell'armadio insieme alle altre, e tu sei esattamente la stessa persona di prima, con mille euro in meno e una cosa in più da pulire, che a dirla tutta, ti dispiace anche se si sporca.
Il vestito non ti ha cambiato. Non lo fa mai. Non è il suo mestiere.
E qui lo so che a qualcuno vengono in mente gli studi, perché esistono e dicono il contrario di quello che ho appena scritto. Si chiama enclothed cognition: in un esperimento hanno fatto indossare lo stesso identico camice bianco a due gruppi. A uno hanno detto che era un camice da medico, all'altro che era da pittore. Quelli del camice da medico hanno fatto meglio nei test di attenzione. Stesso tessuto, risultato diverso.
Però guardala bene, perché dice esattamente la cosa che ti sto dicendo io.
Non era il camice. Era quello che quel camice significava per chi lo indossava. L'abito fa il monaco solo se sei già un monaco.
Se di monachesimo non sai niente e ti vesti da monaco, alla prima persona con cui parli si accorgono che stai sbruffando. Se invece stai già diventando quella cosa lì, il vestito ti spinge, ti ricorda chi vuoi essere, e funziona.
Il vestito amplifica quello che c'è. Non lo inventa. E se sotto non c'è niente, amplifica il niente.
Io ci ho messo anni per capire cosa stavo cercando davvero, e quando l'ho capito mi sono quasi arrabbiato per quanto era semplice.
Non erano le scarpe. Non è mai stato un oggetto.
Volevo sentirmi osservato. Volevo essere validato, volevo sentirmi migliore. E volevo quelle cose per un motivo preciso: perché io mi valutavo male. Perché dentro pensavo di non essere abbastanza, e cercavo fuori qualcosa che mi dicesse il contrario. Una scarpa non ti dice che vali, però per qualche giorno fa abbastanza rumore da coprire la domanda.
E se il problema era come mi valutavo io, allora il lavoro da fare non era sullo stile. Era sulla testa e su quello che so fare. Sulle mie capacità, sulle cose che imparo, su quanto divento bravo in quello che faccio.
Lì non ci sono scorciatoie, e soprattutto non si compra niente. Si fa e basta, un giorno alla volta, senza che nessuno ti applauda mentre lo fai.
Prima di lasciarti
Torniamo a quel ragazzo che Meta ha pagato una cifra che non riesco nemmeno a scrivere senza ridere.
Lui non si veste così per fare una dichiarazione. Si veste così perché non gli serve: parlano già le sue parole e i suoi risultati. Non è che non compra le cose perché è ricco, è che non ha bisogno di comprarsi una prova.
Noi invece le prove le compriamo. Perché quando non sei sicuro di valere, l'oggetto costoso è la scorciatoia: te lo metti addosso e per un attimo la domanda tace.
Solo che la domanda non era mai sulla scarpa.
Quel ragazzino davanti alla vetrina non stava guardando le scarpe. Stava guardando una versione di sé che pensava di poter comprare. E quella non era in vendita, né lì né da nessun'altra parte.
Non ha una vetrina, quella roba. Però è l'unica che resta quando ti togli le scarpe.
Allora la domanda di questa settimana, e falla sul serio.
Quella cosa che vuoi comprarti: la vorresti ancora se nessuno potesse vederla?
E se la risposta ti mette a disagio, non buttarla via. Tienila lì. Perché in quel disagio c'è scritto, in chiaro, cosa stai davvero cercando di dimostrare, e a chi.
Cinquantaquattro tentativi per essere migliore.
Questo è il venticinquesimo.
Un saluto, Stefano.
PS. Comunque sta vestito di merda. Mille e quattrocento parole per dirti che i vestiti non ti definiscono, e la prima cosa che ho pensato guardando quella foto è stata esattamente quella. Ci vuole un attimo a fare il saggio, e mezzo secondo a tornare quello davanti alla vetrina.
Se ti va, rispondi a questa mail e dimmi la tua. Le leggo io, una per una.
Cinquantaquattro tentativi per essere migliore.
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