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A cena con la mia ex

29 settembre 2026 · 8 min di lettura

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A cena con la mia ex


La responsabilità non si divide, questo è stato il "finale" di una piacevole cena.


Buona bistecca, vino che gira, e a tavola c'è la mia ex, lei sta studiando per diventare un grande magistrato.


Non ti so dire come ci siamo arrivati. C'è un punto della serata in cui gli argomenti smettono di seguire una logica, e a un certo momento ci ritroviamo a parlare di una riga della Costituzione. L'articolo 27, il primo comma. Sei parole:


"La responsabilità penale è personale."


Vuol dire che nessuno può rispondere per il fatto di un altro. E quindi, girata dall'altra parte, vuol dire questo: che il tuo fatto resta tuo. Tu rispondi per quello che hai fatto tu, indipendentemente da chi ti ci ha portato.


Non è che se qualcuno ti ha spinto, la tua parte si alleggerisce. La sua colpa è sua e la tua è tua. Si sommano, non si dividono.


Io mi ci sono impuntato. La vedevo da un punto di vista umano, non giuridico come lei.


Perché io conosco bene il meccanismo di cui stiamo parlando.


Ti ritrovi dentro un giro. Non l'hai scelto davvero, ci sei finito. Persone che ti trascinano, che ti orientano, che ti mettono in situazioni che da solo non avresti nemmeno considerato. E lì dentro fai cose. Cose che se te le raccontasse un altro diresti "ma chi te l'ha fatto fare".


E la frase che ti dici dopo, sempre, è quella lì: "non è colpa mia, mi ci hanno portato."


È una frase comodissima. Ti lascia intatto. Il fatto è successo, il danno pure, ma tu ne esci pulito perché la responsabilità l'hai appoggiata su qualcun altro.


Ecco, quella riga della Costituzione dice che non funziona così. E non lo dice per punirti: lo dice perché è l'unico modo in cui una persona può stare in piedi. Sentirsi ed essere viva.


Perché se la tua responsabilità dipende da chi avevi intorno, allora anche la tua vita dipende da chi hai intorno. Non puoi avere una cosa senza l'altra. O sei responsabile di quello che fai, e allora sei anche padrone di dove vai. Oppure non lo sei, e allora ti muovi dove ti spingono.


E vorresti davvero vivere così?


Ma a questo punto uno dice: io mica scelgo tutto. Vero. Non scegli chi incontri, cosa ti dicono, che informazioni ti arrivano addosso.


Ma analizziamo la cosa step by step, perché ciò che conta è questo:


Uno. Come leggi quello che ti arriva.


Ti dicono una cosa. La prendi per vera così com'è, o la pesi? Perché la maggior parte di noi non pesa niente: incassa e basta, soprattutto se chi parla ha una faccia che ci convince.


Due. Come la interpreti.


La stessa frase, la stessa proposta, la stessa serata, per due persone significano cose diverse. Quella differenza non è nelle parole. La metti tu.


Tre. Cosa ci fai.


Fra l'informazione e l'azione c'è uno spazio. Piccolo, a volte un secondo. Ma c'è, ed è tuo: è l'unico posto dove puoi ancora fermarti prima di muoverti.


Quattro. Quanto scavi prima di muoverti.


Questa è quella che salto più spesso. Agire prima di aver capito, e poi costruirci sopra il pensiero per giustificarmi. Che è il contrario di pensare: è pensare all'indietro, partendo da quello che ho già fatto.


Quattro cose. Non sembrano molto. Ma è esattamente lì dentro che si decide se una vita è tua o è di chi ti sta intorno.


Una frase, da sola, non vuol dire niente


Sul punto due mi fermo, perché è lì che secondo me si gioca tutto.


Prendi una frase qualsiasi. "Secondo me non è il momento giusto per te."


Cosa vuol dire? Non lo sai. Può essere uno che ti vuole bene e ha paura per te. Può essere uno che ti sta frenando perché se ti muovi tu, lui deve muoversi. Può essere una persona che sta parlando della propria vita e per sbaglio la sta dicendo a te. Può essere una sfida travestita da consiglio.


Quella frase, da sola, è vuota. Ha infinite possibilità dentro. Il significato non ce lo trovi: ce lo metti tu.


E quando l'hai messo, quel significato diventa il motivo per cui fai una cosa invece di un'altra. Ti muovi da lì.


Ecco perché non torna il discorso del "mi hanno trascinato". Chi ti sta intorno non ti mette in mano un'azione già fatta. Ti mette in mano delle frasi. Poi il significato lo scegli tu, in un secondo, spesso senza accorgertene, e l'azione viene dopo, da quel significato lì.


Io l'ho imparato su una spiaggia in Indonesia, qualche anno fa. Ero seduto a guardare i bambini che giocavano con un aquilone davanti a un tramonto, e mi sono accorto che stavo decidendo io cosa avevo davanti:


▎ Siamo noi a scegliere cosa guardare e cosa voler vedere. Questa è solo una famiglia in spiaggia, il significato possiamo sceglierlo noi. Non è importante cosa c'è davanti ai tuoi occhi, ma come scegli di vederlo.


Vale per un tramonto e vale per una frase detta male a cena. È lo stesso identico gesto: qualcosa ti arriva davanti, e tu decidi cos'è.


E adesso girala, perché è qui che diventa una cosa seria.


Se funziona così per quello che ti arriva, funziona uguale per quello che esce da te. Anche le tue frasi arrivano a qualcuno vuote. Anche le tue vengono riempite da un altro, che ci mette dentro il suo significato, la sua giornata, la sua paura.


Tu dici una cosa a metà, di corsa, magari solo per chiudere un discorso. Quello dall'altra parte ci costruisce sopra una decisione.


Quindi sei responsabile due volte. Di come leggi quello che ti dicono, e di cosa consegni in mano agli altri. Non puoi controllare il significato che ci metteranno, quello è loro. Ma puoi sapere che ce lo metteranno, e scegliere meglio cosa dire.


Siamo tutti quanti dentro lo stesso meccanismo, ognuno che legge gli altri e viene letto.


Se quel gesto lo fai tu, e lo fai tu sempre, anche quando credi di subire, allora la responsabilità comincia molto prima di quello che hai fatto. Comincia nel momento in cui hai deciso cosa significava.


Torniamo un attimo a tavola


Perché se mi fermassi qui ti avrei venduto una cosa falsa, e cioè che basti chiudersi in casa e decidere tutto da solo.


A un certo punto della serata gliel'ho detta, la mia versione. Quella che ti ho appena raccontato: sei tu, punto, nessuna scusa.


E lei mi ha fermato.


Mi ha spiegato che il diritto le condizioni le guarda eccome. Guarda chi ti ha spinto, in che stato eri, quanto margine avevi davvero. Ci sono attenuanti, ci sono situazioni in cui una persona è costretta e risponde meno, o non risponde.


Solo che nessuna di quelle cose cancella la tua parte. La pesa, la riduce, non la toglie. Resta lì, con il tuo nome sopra.


E mentre lo diceva ho capito una cosa che dalla mia versione non usciva.


Che se la responsabilità è personale non è perché ognuno sta per conto suo. È esattamente il contrario. Nessuno scriverebbe una regola del genere per uno che vive da solo su un'isola: là puoi fare quello che ti pare, non risponde nessuno perché non c'è nessuno.


Quella riga esiste perché viviamo addosso agli altri. Perché le cose che faccio finiscono su qualcuno, sempre. È la convivenza che rende necessaria la responsabilità, non la solitudine.


Quindi no, non ti sto dicendo di fregartene di tutti e decidere da solo. Ti sto dicendo il contrario: che proprio perché rispondi tu, e rispondi con il tuo nome, devi tenere conto di tutto: degli altri, del contesto, delle conseguenze.


La libertà e il conto sono la stessa cosa guardata da due lati.


Prima di lasciarti


Perché alla fine una legge non è altro che una regola di convivenza scritta da gente che aveva visto come va a finire. Ma quella riga lì, l'articolo 27, secondo me non parla ai criminali. Parla a tutti: ti dice che sei l'unico che può rispondere di te, e che quindi tanto vale che cominci a deciderti.


Allora la domanda di oggi.


Pensa all'ultima cosa che hai fatto e che non volevi fare davvero. Quella in cui ti sei sentito trascinato.


Adesso togli dalla scena tutti gli altri. Toglili proprio: nessuno ti ha detto niente, nessuno ti ha spinto.


Cosa resta, di quello che hai fatto?


Quello che resta è tuo. Ed è l'unico pezzo su cui puoi ancora fare qualcosa.


Cinquantaquattro tentativi per essere migliore.


Questo è il ventiquattresimo.


Un saluto, Stefano.


Se ti va, rispondi a questa mail e dimmi la tua. Le leggo io, una per una.

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