Cerchi "solitudine dell'imprenditore" di notte, dopo una giornata in cui tutti ti hanno detto bravo. E ti chiedi perché ti senti così solo se, sulla carta, dovrebbe andare tutto bene.
Ti rispondo come la vivo io, non come la spiega un articolo.
La solitudine dell'imprenditore non è non avere gente intorno. È avere qualcosa da dire e nessuno a cui dirlo davvero. Sto seduto in un ristorante, da solo, come sempre. La gente attorno vede uno che ce l'ha fatta. Non vede il rumore che ho in testa, la sensazione tra il petto e la gola che non si ferma nemmeno quando le cose vanno bene. Anzi: più vanno bene, più diventa difficile dirlo. Perché lamentarti del successo, davanti a chi parte da zero, sembra una bestemmia.
Così te lo tieni. E ti tieni anche la cosa peggiore: che non sia un problema esterno. Che il vuoto non lo riempi con la persona giusta, col team giusto, col prossimo traguardo. L'ho creduto per anni. Sarò a posto quando. Quando avrò i soldi, l'azienda, la città giusta. Non era vero. La distanza tra dove sei e dove senti di poter essere non si colma con niente di fuori.
Perché va peggio quando le cose vanno bene
Da fuori sembra un paradosso. Da dentro è semplice: il risultato non parla la tua lingua. Chi ti circonda festeggia il numero, l'exit, l'azienda che cresce. Tu, la mattina dopo il giorno più importante, ti svegli prima di tutti, apri il computer in una casa dove non c'è nessuno da svegliare, e lavori. Come un martedì qualunque. Il traguardo che aspettavi per fermarti arriva, e tu non ti fermi. Quello — quel non sapere godere niente — non lo puoi raccontare a una cena.
Questa pagina non è un decalogo "5 modi per combattere la solitudine". Non ne ho. Quello che ho è una lettera a settimana, scritta da qualche parte nel mondo, in cui questa cosa la chiamo con il suo nome. Non ti vendo la cura. Ti dico che esiste qualcuno che la vive uguale. A volte è l'unica cosa che serve davvero.
