Cerchi "solitudine dell'imprenditore" di notte, dopo una giornata in cui tutti ti hanno detto bravo. E ti chiedi perché ti senti così solo se, sulla carta, dovrebbe andare tutto bene.

Ti rispondo come la vivo io, non come la spiega un articolo.

La solitudine dell'imprenditore non è non avere gente intorno. È avere qualcosa da dire e nessuno a cui dirlo davvero. Sto seduto in un ristorante, da solo, come sempre. La gente attorno vede uno che ce l'ha fatta. Non vede il rumore che ho in testa, la sensazione tra il petto e la gola che non si ferma nemmeno quando le cose vanno bene. Anzi: più vanno bene, più diventa difficile dirlo. Perché lamentarti del successo, davanti a chi parte da zero, sembra una bestemmia.

Così te lo tieni. E ti tieni anche la cosa peggiore: che non sia un problema esterno. Che il vuoto non lo riempi con la persona giusta, col team giusto, col prossimo traguardo. L'ho creduto per anni. Sarò a posto quando. Quando avrò i soldi, l'azienda, la città giusta. Non era vero. La distanza tra dove sei e dove senti di poter essere non si colma con niente di fuori.

Perché va peggio quando le cose vanno bene

Da fuori sembra un paradosso. Da dentro è semplice: il risultato non parla la tua lingua. Chi ti circonda festeggia il numero, l'exit, l'azienda che cresce. Tu, la mattina dopo il giorno più importante, ti svegli prima di tutti, apri il computer in una casa dove non c'è nessuno da svegliare, e lavori. Come un martedì qualunque. Il traguardo che aspettavi per fermarti arriva, e tu non ti fermi. Quello — quel non sapere godere niente — non lo puoi raccontare a una cena.

Questa pagina non è un decalogo "5 modi per combattere la solitudine". Non ne ho. Quello che ho è una lettera a settimana, scritta da qualche parte nel mondo, in cui questa cosa la chiamo con il suo nome. Non ti vendo la cura. Ti dico che esiste qualcuno che la vive uguale. A volte è l'unica cosa che serve davvero.

Tre lettere che parlano di questo

La testa sul cuscino — le quattro di notte, il telefono a un palmo dalla faccia, e nessuno accanto. L'uomo sul tetto — un mese fermo a Buenos Aires, la stessa finestra ogni mattina, un cantiere e un uomo solo. Quelli che non scendono dalla montagna — un villaggio di mille abitanti, e chi sceglie di non tornare più giù. Tutte le lettere — l'archivio completo. Una a settimana, sempre.
Perché mi sento solo anche se l'azienda va bene?

Perché la solitudine dell'imprenditore non è mancanza di gente intorno. È avere qualcosa da dire e nessuno a cui dirlo davvero. Chi ti circonda vede il risultato, non il peso. E più le cose vanno bene, più quel peso diventa difficile da condividere: lamentarti del successo sembra una bestemmia.

Come si gestisce la solitudine da imprenditore?

Non come un problema da chiudere. La gestisci smettendo di fingere che non ci sia, e smettendo di credere che basti la persona giusta o il prossimo traguardo a toglierla. Spesso quello che serve non è una soluzione: è leggere qualcuno che vive la stessa cosa e la chiama con il suo nome.

La solitudine dell'imprenditore passa con il tempo?

Non con i soldi, non con i risultati, non cambiando città. Quello che cambia è il rapporto che ci hai. Smetti di viverla come un difetto da curare e inizi a riconoscerla come il prezzo di una vita che hai scelto tu.

Se hai letto fin qui, lo sai già di cosa parlo. Una lettera a settimana, da dovunque mi trovi. Non ti insegno niente — ho solo quello che succede davvero.

Niente spam. Solo le lettere.