C'è una pagina di un mio quaderno, datata 2 luglio, che fino a qualche giorno fa avevo dimenticato.
L'ho riaperta per caso.
Iniziava così:
▎ "Il limite. La linea di confine, la chiave di volta. Tutti ne hanno una, spesso però non è abbastanza. Spesso non segna l'esistenza, segna la resistenza."
Avevo scritto questa frase in un periodo in cui pensavo di averla capita.
Non l'avevo capita.
L'avevo intuita.
C'è una differenza enorme tra una cosa che intuisci, e una cosa che metti dentro le ossa.
Tra l'intuizione e l'incarnazione passano spesso anni.
In mezzo ci sono le città sbagliate, le persone che ti porti dietro per inerzia, le riunioni che accetti perché non hai un motivo specifico per dire no.
Ed è esattamente questo il problema.
In questi giorni ho ascoltato di sfuggita una frase, in un video che non c'entrava niente con quello che cerco di costruire.
Era una frase secca, quasi un colpo:
▎ "Non ho mai visto qualcuno dedicarsi a qualcosa completamente e non riuscirci."
L'ho riascoltata tre volte.
Non perché fosse vera nel senso buono delle frasi-poster da motivazione.
Perché tagliava in due un pensiero che mi giravo intorno da mesi.
Mai. Nessuno.
E mi sono chiesto se invece io, in tutti questi anni, lo avessi mai fatto davvero.
La risposta onesta, quella che si dà solo nei taxi, alle quattro del mattino, in una città in cui non ti conosce nessuno, era no.
Mi ero dedicato a cento cose al 60%. Mai a una sola al 100%.
E non per mancanza di forza.
Per mancanza di un perimetro.
Quando non hai un perimetro, dici di sì per default.
Non perché sei generoso.
Perché non hai un no allenato.
Il no è un muscolo. Senza confini interni quel muscolo è atrofico, e finisci per sembrare aperto a tutto quando in realtà sei solo incapace di scegliere.
L'aperto-a-tutto è la versione adulta del bambino che vuole tutti i giocattoli, e per averli li lascia tutti per terra, e a fine giornata non gioca davvero con nessuno.
Mi vergogno un po' a scriverlo, perché per anni ho confuso questa cosa con la curiosità. Con l'apertura mentale. Con la flessibilità.
Era pigrizia di definizione.
Una sera in un hotel, non ricordo nemmeno la città, e questo dice già qualcosa, mi sono accorto di una cosa banale: stavo vivendo una vita che da fuori sembrava enorme e da dentro era generica.
Generica come una stanza d'albergo: pulita, funzionale, identica a tutte le altre. Tu ci dormi e domani non ti ricordi di esserci stato.
Io ero diventato un uomo-stanza-d'albergo. Pulito, funzionale, identico a se stesso in qualunque città. Ma di qualcuno, di nessuno.
Generica perché non avevo deciso niente di non-negoziabile.
Tutto era discutibile. Tutto era spostabile. Ogni cosa che dicevo poteva essere cambiata se l'altra persona aveva un'opinione abbastanza forte.
Sembravo molto convinto. In realtà non avevo convinzioni, avevo opzioni.
E quando hai solo opzioni, sei la somma delle pressioni che ti arrivano addosso.
Ho fatto una tabella stupida quel giorno. La tengo sul telefono.
┌───────────────────────────────────────┬──────────────────────────────┐ │ Senza perimetro │ Con perimetro │ ├───────────────────────────────────────┼──────────────────────────────┤ │ Tutto è negoziabile │ Alcune cose non lo sono │ ├───────────────────────────────────────┼──────────────────────────────┤ │ Aperto a tutti │ Vicino a pochi │ ├───────────────────────────────────────┼──────────────────────────────┤ │ Reattivo │ Scelto │ ├───────────────────────────────────────┼──────────────────────────────┤ │ Disponibile sempre │ Disponibile quando ho deciso │ ├───────────────────────────────────────┼──────────────────────────────┤ │ Confondo la curiosità con la pigrizia │ Curioso dentro un'identità │ ├───────────────────────────────────────┼──────────────────────────────┤ │ Mi sento ovunque │ So dove sono │ ├───────────────────────────────────────┼──────────────────────────────┤ │ Cresco rumore │ Cresco peso │ └───────────────────────────────────────┴──────────────────────────────┘
Non c'è una colonna giusta in assoluto. Ma per chi cresce in una vita di troppe possibilità, troppi voli, troppe persone, troppi tavoli, la colonna di destra è una forma di sopravvivenza.
Senza, la dispersione è inevitabile.
In quel quaderno del 2 luglio avevo scritto anche un'altra frase che ho ritrovato:
▎ "Anche perché ci piace pensare che esiste un mondo senza confini, ma sono proprio quei confini che ci proteggono. E solitamente se non ci riusciamo soli, speriamo che ci sia qualcun altro a proteggerli al posto nostro."
Quel "qualcun altro" non è mai arrivato.
Non perché non ci fosse, ma perché non era il suo lavoro.
I tuoi confini li puoi mettere solo tu. Nessun altro sa esattamente dove finisci, perché molto spesso non lo sai bene neanche tu.
E finché aspetti che siano gli altri a definirti, sei interpretato. Non sei.
Voglio essere onesto su una cosa.
Per molto tempo ho creduto che mettere dei confini fosse una specie di ammissione di debolezza. Tipo: gli altri reggono di più, gli altri stanno ovunque, gli altri non hanno bisogno di un perimetro.
Stronzata.
Gli altri il perimetro ce l'hanno, solo che non lo dicono. Lo proteggono in silenzio. Lo proteggono talmente bene che da fuori sembra che non l'abbiano.
Le persone che invidiavo per la loro capacità di stare ovunque, quando le ho conosciute davvero, erano quelle con i confini più chiari.
Sapevano dove finivano e dove cominciavano.
E proprio per quello potevano permettersi l'apertura.
Apertura senza forma è dissoluzione. Apertura con forma è generosità.
Non è la stessa cosa.
C'è una cosa che voglio dire piano, perché è quella che ho impiegato più tempo a capire.
Quando senti la parola confine, o limite, o definizione, quasi sempre la mente la riceve come una rinuncia. Mi sto restringendo. Mi sto chiudendo. Sto rinunciando a possibilità.
Non è così.
Un confine non è una rinuncia. È una messa a fuoco.
Non è meno. È più, di una cosa sola.
Quello che la gente chiama limitarsi è in realtà verticalizzarsi. Andare in profondità su una cosa invece che in superficie su trenta.
Ed è proprio l'andare in profondità, non in larghezza, che ti fa fare il salto.
Tutta la gente che vedo realizzare quello che vuole, l'ha fatto verticalizzandosi.
Tutta la gente che vedo non realizzarsi, me compreso, per anni, ha fatto il contrario. Si è dispersa in nome dell'apertura. Si è confusa in nome della libertà. Ha rifiutato di scegliere in nome del non perdersi niente.
E perdendo niente, ha perso tutto.
Definirsi non è limitarsi. È specializzarsi nella propria vita.
Senza specializzazione non c'è eccellenza in nulla. Figuriamoci in te stesso.
C'era una frase, presa di sfuggita da un video a cui non avrei dovuto fare attenzione, che mi è rimasta:
▎ "L'unica cosa che puoi davvero controllare è la tua mente."
Non controlli il tempo. Non controlli gli altri. Non controlli se domani sei vivo. Non controlli i risultati, che dipendono da troppe cose.
Controlli solo le tue azioni e i tuoi comportamenti.
Solo quelli.
Sono pochissime cose. Sembrano niente.
Sono tutto.
Perché su quelle, e solo su quelle, costruisci la persona che diventi.
Ti dico una cosa che ho notato, e che è il vero motivo per cui sono arrivato alla domanda che ti scriverò tra poco.
Ho guardato, con attenzione, non di sfuggita, le persone che intorno a me realizzavano davvero quello che volevano. Non quelle che sembravano realizzarsi. Quelle che lo facevano davvero, dentro, con presenza piena, con energia piena, con attenzione piena.
Tutte avevano la stessa cosa in comune.
Non talento. Non fortuna. Non origini.
Dedizione totale.
Erano dedicate al loro obiettivo al 100%. Non al 95. Non al 90.
Cento.
Non guardavano a destra e a sinistra. Non avevano sette piani B. Non si tenevano un'uscita aperta nel caso non funzionasse.
Erano diventate un tutt'uno con quello che facevano. Indistinguibili dal loro perché.
E ogni volta che le incrociavo, sentivo il contrasto. Io ero ovunque al 60%. Loro erano in un posto al 100%.
A un certo punto ho smesso di dirmi che era una questione di tempo o di mezzi.
Era una questione di confine.
Loro avevano deciso cosa erano. Io stavo ancora scegliendo.
E lì, una sera, è nata la domanda che da allora porto con me come una bussola.
Ho passato mesi a cercarla. Quella che ti riassesta. Quella che vale più di mille libri.
L'ho trovata, e fa quasi ridere quanto è semplice. Mi ha cambiato la vita, e la lascio qui, in fondo a questa lettera, perché è la cosa più utile che ho da darti questa settimana.
Quali azioni e comportamenti vuoi dimostrare ogni giorno a te stesso?
A te. Non agli altri.
Le risposte sono il tuo perimetro.
Tutto quello che è dentro, lo difendi. Tutto quello che è fuori, può aspettare.
E se davvero rispondi onestamente — non con quello che pensi di dover dire, ma con quello che ti riguarda davvero, ti accorgi che le cose importanti sono molto poche.
E che, per la prima volta da non sai quanto, sai dove sei.
Cinquantaquattro tentativi per essere migliore.
Questo è il settimo.
Un saluto, Stefano.
La prossima non so come si chiamerà o cosa conterrà, sono in India al momento, ciao!
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